Marina Sereni
Marina Sereni
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01-04-2015
CONVEGNO: TUNISIA, MODELLO DI DEMOCRAZIA
"SOSTEGNO E SOLIDARIETA', RICONNETTERE TUNISI ALL'EUROPA"
 

Il Mondo Arabo guarda al modello Tunisia, l’alba di una Democrazia araba

  (Camera dei deputati, Sala Regina, martedì 31 marzo 2015)

 Saluto introduttivo dell’on. Marina Sereni, Vicepresidente della Camera dei deputati,

E’ per me un grande onore portare il saluto della Camera dei deputati a questo convegno promosso dall’Istituto italiano per l’Asia ed il Mediterraneo e dall’Associazione italo-tunisina di amicizia e cooperazione Italia, dedicato alla Tunisia, come modello di democrazia araba.

Ringrazio l’onorevole Vittorio Craxi, presidente dell’Associazione e Sua Eccellenza Naceur Mestiri, ambasciatore tunisino a Roma e do il benvenuto ai nostri due ospiti d’onore, il dott. Chekib Nouira, presidente dell’Istituto degli imprenditori arabi (IACE), ed il dott. Mourad Fradi, presidente della Camera di commercio ed industria italo-tunisina.

I lavori, che saranno moderati dal collega Ettore Rosato, mirano ad analizzare da diversi punti prospettici, politici, giuridici, economici e religiosi, al “modello tunisino” e potranno avvalersi dell’autorevolezza e della competenza  dell’on. Ugo Intini, già Vice Ministro degli Affari esteri, del dott. Giovanni Piero Sanna, direttore generale del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, del prof. Gaetano Dammacco, docente ordinario di diritto ecclesiastico all’Università di Bari “Aldo Moro”, del dott. Gianluca Ansalone, esperto di strategia, sicurezza ed intelligence e del rev. Cristian Gilles Donghi, teologo del Pontificio Seminario francese. Le conclusioni saranno affidate dall’on. Riccardo Migliori, presidente del Coordinamento interparlamentare dell’ISIAMED, che ha guidato in anni recenti l’Assemblea parlamentare dell’OSCE, orientandone l’azione verso i nuovi equilibri geopolitici del Mediterraneo.

Questa stimolante iniziativa, programmata da molto tempo, si colloca idealmente nel solco della testimonianza di solidarietà espressa dalla partecipazione della presidente della Camera, Laura Boldrini, del presidente del Consiglio Matteo Renzi e di una delegazione della Commissione Affari esteri, guidata dal presidente Fabrizio Cicchitto, all’imponente manifestazione democratica contro il terrorismo, lanciata dal presidente Essebsi e svoltasi a Tunisi qualche giorno fa.

Nella manifestazione di domenica abbiamo potuto cogliere tutta la forza e la base di consenso che sorregge la democrazia tunisina, che delineano l’eccezionalità del caso di Tunisi: le immagini della moltitudine che marciava verso la stele commemorativa con i nomi delle ventidue vittime dell’eccidio, tra le quali anche quattro nostri connazionali, ci hanno infatti restituito il profilo di una società civile vigile e coraggiosa, innervata dal principale sindacato UGTT, dall’associazione nazionale degli industriali, dall’ordine degli avvocati, dalle organizzazione per la difesa dei diritti umani. Una società che – di fronte ad una minaccia mortale – non si divide lungo linee di fratture di tipo ideologico o confessionale ma vuole preservare e sviluppare quelle conquiste di democrazia e di progresso che ha faticosamente conquistato con la rivoluzione dei gelsomini.

Al di là dell’ideologia jihadista e dell’interpretazione salafita dell’Islam, la sfida portata avanti dai terroristi di Tunisi è e resta innanzitutto politica  e si avvale di una potente simbologia: l’attacco al Museo del Bardo, meta di turisti italiani e occidentali, ha voluto seminare vigliaccamente morte e terrore in un luogo nevralgico della cultura e del turismo, colpendo al cuore l’economia di un Paese che vive essenzialmente di turismo.

Al tempo stesso, l’assalto al Parlamento di Tunisi – che stava discutendo in quelle ore un progetto di legge contro il terrorismo – intende minare alla base il processo di ricostruzione democratica del Paese, che sino ad ora ha manifestato segnali incoraggianti, con l’avvicendamento al governo di forze di diverso orientamento, con la realizzazione di una Carta costituzionale garantista, equilibrata e mediata tra le istanze secolari e quelle islamiste e con lo sviluppo di una dialettica politica accesa e matura, anche se talvolta violenta ed ancora affidata a impetuose manifestazioni di piazza.

La giovane democrazia tunisina vive ora una sua fase di consolidamento dopo l’affermazione elettorale del partito d’orientamento laico Nidaa Tounes, prima formazione per numero di seggi nonché espressione del nuovo presidente Essebsi, anche se la formazione del nuovo esecutivo di convergenza nazionale ha confermato la prosecuzione del dialogo tra i laici e gli islamisti moderati di Ennadha: nello stipulare l’accordo di governo, le due maggiori formazioni politiche tunisine hanno congiuntamente realizzato la necessità di garantire al Paese un accettabile livello di governabilità nonché la volontà politica di guidare insieme un inclusivo percorso di riforme economiche e sociali.

Di fronte a letture unilaterali e semplicistiche del terrorismo di matrice islamista, che sono tornate ad affacciarsi anche all’indomani dell’eccidio di Tunisi, credo sia importante sottolineare che il fenomeno jihadista tunisino rappresenta un riverbero ed una ramificazione di una problematica e di un fenomeno regionale più ampio e interconnesso, nel quale si intrecciano non solo attività terroristiche, ma anche reti criminali dedite ai traffici illeciti di armi, droga ed esseri umani. Negli ultimi due casi, il mercato di destinazione di questi traffici è l’Europa – tutto il Continente  e non soltanto i suoi Stati posti lungo la fascia mediterranea – l’elemento che meglio caratterizza e definisce la portata della minaccia.

E’ per questo che nell’ottica della definizione di una strategia per la pacificazione del Nord Africa, non è possibile concentrarsi soltanto su un Paese, come la martoriata Libia, ignorando le criticità tunisine, intimamente connesse. Al contrario, la promozione della stabilizzazione tunisina appare fondamentale per poter contare su un interlocutore politico e militare affidabile per combattere la minaccia jihadista e criminale nella sponda meridionale del Mediterraneo: anche se tutto questo rischia di non bastare.

Proprio domenica scorsa, infatti, mentre una folla di 70 mila di giovani lavoratori, di studenti e di donne  candiva  “Tous unis, Tunis!”, l’opinione pubblica europea ha potuto avere l’evidenza più eloquente e diretta di una democrazia in un paese islamico che non intende arretrare di fronte al terrorismo, ma che intende porsi come modello inedito e coraggioso di equilibrio e di tolleranza.

Per rispondere all’appello di questo Paese occorre andare al di là dei consueti schemi dei prestiti e degli aiuti internazionali, e delle semplici proposte di collaborazione nel campo della sicurezza, serve un vero e proprio “investimento in politica” che possa connettere e riconnettere Tunisi all’Europa: in questo il nostro Paese è chiamato ad un ruolo centrale, valorizzando quei forti legame di vicinanza che si riflettono oggi, ad esempio, in una significativa presenza imprenditoriale.

Sono convinta – come ho già affermato in altre circostanze – che l’attitudine dell’Unione europea ad esprimere una leadership internazionale si misuri soprattutto sul piano dell’effettiva capacità di svolgere un ruolo di leader nell’area mediterranea, orientando gli straordinari mutamenti socio-economici in atto nel bacino del Mediterraneo, ponendo al centro di una rinnovata progettualità euro-mediterranea le realtà giovanili della società tunisina, colpite oggi dalla disoccupazione e quindi facile preda del proselitismo ideologico che si muove verso l’autoesaltazione autodistruttiva.

Un passo importante in questa direzione può essere costituito dal rilancio di quel “Processo di Barcellona” che, nel lontano 1995, aveva gettato le basi per la costruzione di uno spazio culturale, economico, politico e di sicurezza condiviso nell’area euro-mediterranea e che poi, per cause diverse, si è arenato.

Credo che la marcia democratica di Tunisi abbia segnato davvero una data centrale nella storia recente dei paesi nordafricani, raccontandoci che le speranze delle Primavere arabe non sono esaurite : ma se davvero democrazia e libertà sono divenuti elementi fondanti del modello che i tunisini hanno scelto per il loro paese, è venuto il momento per l’Europa di dare alla Tunisia tutto il sostegno e la solidarietà che merita, perché se ha avuto senso dire “Je suis Charlie”, oggi ha senso dire “Je suis Bardo”.

Marina Sereni, 2009-2015