Marina Sereni
Marina Sereni
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30-06-2015
CONVEGNO: L'ITALIA NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE
"NON SI SPENGA MAI PIU' LA LUCE DELLA PACIFICA CONVIVENZA"

Intervento della Vice presidente della Camera Marina Sereni

 

Buongiorno e benvenuti a tutti e a tutte.

Sono molto felice, e qui credo di interpretare anche il pensiero della Presidente  Boldrini, che la Camera possa ospitare l’iniziativa odierna per ricordare, con questo convegno storico e la mostra che poi si aprirà, alcuni degli aspetti più significativi della Grande Guerra. Saluto Franco Marini, Presidente del Comitato storico-scientifico per gli anniversari di interesse nazionale, e tutti gli autorevoli relatori che animeranno il convegno. Voglio poi rivolgere un ringraziamento particolare a coloro che hanno curato il progetto espositivo della documentazione sul tema custodita dalle biblioteche di Camera e Senato.

La I Guerra mondiale fu innanzitutto un conflitto sanguinosissimo in cui persero la vita 10 milioni di militari e un numero indefinito di civili, con milioni di feriti e di mutilati. Nel caso dell’Italia si contarono oltre seicentomila caduti. Per molti nostri giovani provenienti da ogni parte della penisola la guerra si presentò nella forma di un richiamo alle armi che li portò a lasciare le loro case per il fronte. Li attendeva una realtà durissima, quella del trasferimento in regioni lontane, la separazione dagli affetti, la realtà delle trincee e dei combattimenti. Pensiamo, in particolare, a cosa poté significare per i contadini ed i braccianti delle regioni meridionali, profondamente legati ai loro paesi, essere portati a combattere al confine settentrionale dell’Italia, in zone di cui avevano a mala pena sentito parlare o letto.

Fu proprio in quella immane tragedia, tuttavia, che l’Italia si percepì per la prima volta “unita”; fu, in altre parole, proprio in quella condizione di assoluta precarietà, mista ad un rispettoso e talvolta rassegnato senso del dovere, che maturò il senso di appartenenza ad un unico destino di popolo e di nazione. Scriveva a tal proposito Giuliano Procacci, nella sua “Storia degli italiani”: “Con la guerra vastissimi strati sociali, il cui mondo era stato sino allora circoscritto entro un orizzonte provinciale, venivano costretti per forza delle cose a prendere coscienza del loro destino comune e dell’esistenza di una collettività nazionale”. La prima guerra mondiale divenne “la prima grande esperienza collettiva del popolo italiano” che, oltretutto, portava a compimento il Risorgimento.

Questo senso di partecipazione unitaria costituisce, ancora oggi, un elemento importante su cui riflettere tanto più in una fase in cui, per tante ragioni – dalla crisi economica, alla globalizzazione – è sempre più difficile avvertire un sentimento di comune appartenenza.

Il nostro pensiero non può che essere rivolto dunque ai tanti caduti, a  quella generazione di giovani che fu falcidiata da una lunga e logorante guerra consumata nelle trincee in condizioni disumane, alla mercé di malattie, intemperie e parassiti. A tal proposito, il Presidente Mattarella, intervenendo recentemente su questi temi, non ha mancato di sottolineare quanto fosse diversa, alla prova dei fatti, la vita in quel tempo di guerra rispetto al sogno luminoso di gloria e al mito della vittoria vagheggiati da intellettuali e poeti nei mesi precedenti all’inizio del conflitto.

Il 1914 d’altro canto fu una data funesta per l’intero continente europeo. Per l'enorme  prezzo pagato in termini di distruzione e morte, e per le condizioni imposte ai vinti, che costituirono purtroppo le basi per l'affermarsi di pericolosi autoritarismi e per il secondo terribile conflitto mondiale. 

E’ importante sottolineare questo aspetto, perché se vogliamo che il sacrificio di tante vittime dei due conflitti mondiali non sia vano è necessario riflettere sugli insegnamenti della Storia. E’ un insegnamento che la nostra Costituzione ha fatto proprio, ripudiando la guerra, all’articolo 11, non solo come strumento di offesa, ma anche come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Una norma di portata sotto certi aspetti rivoluzionaria solo se si pensa che, sino a quel momento, era piuttosto prevalsa l’idea della guerra come strumento politico (“la prosecuzione della politica con altri mezzi”) e, comunque, come strumento fondamentale nei rapporti internazionali.

Se, ancora oggi, milioni di persone innocenti e inermi sono vittime di distruzioni e di persecuzioni o sono costrette a cercare altrove pace e sicurezza è proprio perché, in molte zone del pianeta, non si è ancora radicata questa consapevolezza: che la guerra è sempre una sconfitta, della politica, della diplomazia, della ragione, dell'umanità...

 Il centesimo anniversario della Grande Guerra offre dunque molte ragioni di riflessione, non solo per gli studiosi ma per tutti i cittadini che vogliano conoscere con una sensibilità nuova e più consapevole i momenti più importanti della storia del Paese.

Riflettere sulla prima guerra mondiale, guardando alla dimensione continentale di quel conflitto, credo possa inoltre aiutarci ad illuminare alcuni dei problemi di oggi, come le tensioni e i nuovi nazionalismi che riaffiorano in molte parti d’Europa. La prima guerra mondiale è stata infatti una cesura nella storia del nostro Continente ed ha segnato l’avvio di un’età contemporanea caratterizzata da grandi trasformazioni, da progressi civili ed economici ma anche da spaventose violenze.

Il Presidente Napolitano, intervenendo su questi temi, ha più volte ribadito la necessità di contrastare egoismi e nazionalismi di ogni segno, e di dare nuova forza al processo di integrazione europea nato proprio dall’esperienza distruttiva delle due guerre mondiali e dalla consapevolezza degli orrori a cui avevano portato i nazionalismi, i razzismi, le dittature e la violenza politica.

“I lampioni si stanno spegnendo su tutta l’Europa” scriveva sir Edward Grey, ministro degli Esteri della Gran Bretagna, la notte in cui il suo Paese entrò in guerra contro la Germania nel 1914.

Il mio vivo auspicio è che l’iniziativa odierna si inserisca dunque in un più ampio e doveroso esercizio di memoria da parte di tutto il continente, affinché il nostro patrimonio condiviso, di errori ma anche di scelte coraggiose e di grandi ideali, possa far sì che mai più la luce della convivenza pacifica tra i popoli possa essere spenta.

Vi ringrazio.

Marina Sereni, 2009-2015