Marina Sereni
Marina Sereni
<b>949</b> Ore. <b>22%</b> Totale sedute
<b>35</b> Eventi da me promossi
<b>169</b> Interventi e partecipazioni a Montecitorio
<b>140</b> Impegni in Italia
<b>55 </B> Missioni e incontri internazionali
04-11-2015
1848/1948: EMANCIPAZIONE, LIBERAZIONE
"MAI PERDERE LA STRADA CHE CI HA PORTATO FIN QUI"
Intervento della Vice Presidente della Camera dei deputati,

Marina Sereni

 Signori delle Autorità, care amiche e cari amici,ho accettato davvero con grande piacere di partecipare a questa iniziativa e di portare il saluto dell’istituzione che ho l’onore di rappresentare. Questo progetto, che oggi giunge al suo secondo appuntamento, rappresenta davvero un “ponte” fatto di date, di eventi e di parole scritte in forma solenne che simboleggia il legame profondo che unisce i percorsi e i destini di ogni cittadino italiano a quelli della comunità in cui tutti viviamo, a quelli della nostra Repubblica. A formare i pilastri di questo “ponte” sono due date, che avete scelto in maniera originale e sicuramente efficace.  La prima è il 1848, anno di promulgazione dello Statuto Albertino e data centrale del nostro Risorgimento.

La seconda, un secolo esatto dopo, è il 1948. E il 1° gennaio di quell’anno, come è noto, è il giorno in cui entrò in vigore la nostra Costituzione. Nata all’indomani della guerra e della lotta di liberazione, grazie al lavoro dell’Assemblea Costituente, che in poco meno di due anni l’approvò con quasi il 90 per cento dei voti favorevoli, a dimostrare la grande unità di intenti che quella classe dirigente, nonostante le differenze politiche, seppe dimostrare. Tra queste due date fondamentali, tra questi due pilastri, sappiamo bene quanto siano numerose e grandi – a volte drammatiche – le arcate che delineano le tappe della nostra storia. Arcate fatte di parole e di carta, a definire momenti decisivi – come recita il titolo di questa iniziativa – di emancipazione e di liberazione.  Dopo il 1848, dopo lo Statuto Albertino, viene subito in mente l’esperienza della Repubblica Romana. E in particolare la sua Costituzione: non solo di grande semplicità e chiarezza, ma anche e soprattutto di incredibile modernità.  Una Costituzione molto avanzata in senso democratico, per i principi fondamentali che la sostengono, così come per tutti gli articoli sui diritti e sui doveri. Pensiamo all’incipit, al primo paragrafo in cui si dice: “La sovranità è per diritto eterno nel Popolo. Il Popolo dello Stato romano è costituito in Repubblica romana”.

Mentre si combatte senza speranza, mentre si è consapevoli che la Costituzione che si sta scrivendo avrebbe avuto vita brevissima, questo è il messaggio che Mazzini e gli altri lasciano al giudizio degli italiani e dei cittadini liberali e progressisti d’Europa. Un messaggio che un secolo dopo è stato evidentemente raccolto dai nostri Costituenti. Tutti conoscete l’articolo I della nostra Carta: “L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che l’esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Ecco che le parole chiave sono le stesse: “repubblica democratica”, “popolo”, “sovranità”. Allo stesso modo si pensi all’articolo 3 della nostra Costituzione e al secondo paragrafo della Carta romana, dove si dice che “Il regime democratico ha per regola l’eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né privilegi di nascita o casta”. Davvero ha ragione Lucio Villari, pensando alla nostra Carta costituzionale, a scrivere che “una traiettoria storica e ideale che congiunga la Costituzione del1948 a‘carte’ ed esperienze costituzionali precedenti non ha che un unico riferimento, la Costituzione della Repubblica Romana del1849”. Ma dopo di questa, altre arcate delineano la nostra vicenda nazionale. E non solo fatte di carta, di parole che enunciano principi e riconoscono diritti. Ce ne sono di cruente, di dure e drammatiche. A cominciare, ovviamente, dal momento in cui si inscrive anche il vostro progetto: la partecipazione dell’Italia alla Prima Guerra Mondiale.   

Un intervento, quello deciso nel maggio del 1915, che si credeva sarebbe stato di breve durata e capace di fruttare il completamento dell’Unità nazionale.  Un risultato che alla fine arrivò, con la firma dell’Armistizio e il ristabilirsi della pace. Ma che significò una vera e propria carneficina, con centinaia di migliaia di oldati inghiottiti in un conflitto spaventoso. Soldati che in maggioranza erano contadini, provenienti da regioni diverse, con storie tra loro diverse. Accomunati dalla scoperta di appartenere ad un unico destino, come popolo e come nazione.

Tra imperi che si disgregarono, confini che furono ridisegnati, nuove nazioni che nacquero, questo accadde, al popolo italiano: accadde che nel fango delle trincee, in quella drammatica condivisione umana, si allargò e si consolidò per la prima volta – perché prima era appannaggio di ristrette élites intellettuali – una più ampia coscienza nazionale, un più compiuto senso di appartenenza.

Un passo in avanti pagato a caro prezzo. Che soprattutto fu poi piegato e distorto in una forma di nazionalismo che durante il regime fascista divenne presunzione imperiale e fu tra i presupposti per nuovi e ancora più tragici eventi in Europa e nel mondo. Anche da quel secondo conflitto si riuscì comunque a venir fuori. L’Italia riconquistò la libertà perduta grazie alle forze alleate e a chi scelse la Resistenza, e approdò ad una compiuta democrazia grazie ad una nuova classe dirigente che, come detto, racchiuse nella Costituzione del 1948 i principi che hanno rappresentato le fondamenta grazie alle quali il nostro Paese è cresciuto ed ha contribuito a fondare l’Europa unita. Tutto questo per dire che le nostre radici affondano lì, in questo passato. E che davvero la memoria è una corda fatta di molti fili che si intrecciano.  Proviamo a immaginare un mondo senza memoria, una vita senza ricordi che proceda verso un eterno presente. Avremmo la sensazione di un’esistenza priva di significato, immobile, quasi fine a se stessa. Ciò che noi siamo è il risultato di ciò che è stato; è il frutto, sul piano emozionale, delle suggestioni, delle vibrazioni, delle gioie e del dolore che le cose, le parole dette, i gesti compiuti o subiti ci hanno lasciato. La memoria è quindi come il testimone di una staffetta che passa di mano in mano, arricchendosi del particolare insostituibile di un’esperienza individuale.

Conoscere, ricordare quel che accadde, i momenti e le parole che hanno fatto la nostra storia e che segnano il nostro cammino, è dunque fondamentale per l’oggi e per il domani. È un esercizio al quale non possiamo e non dobbiamo mai venire meno. Ed è per questo che iniziative come quella odierna sono importanti. Perché non dobbiamo mai perdere la strada che ci ha portato fin qui. Perché con la consapevolezza di ciò che è stato, con serenità e con fiducia, potremo costruire affrontare le sfide inedite che ci si presentano in un mondo carico di inquietudini e di tensioni, ma anhe di grandi e nuove opportunità per costruire un futuro migliore, un futuro di pace.

Marina Sereni, 2009-2015