Marina Sereni
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09-11-2015
INAUGURAZIONE ANNO ACCADEMICO SIENA SEDE AREZZO
"LA FORMAZIONE E' TORNATA AL CENTRO DELL'AGENDA POLITICA"

Inaugurazione dell’Anno accademico

della sede di Arezzo dell’Università di Siena 

lunedì 9 novembre 2015

 

Intervento della Vice Presidente della Camera dei deputati, On. Marina Sereni,

 

 

Ringrazio vivamente il Rettore dell’Università di Siena, Angelo Riccaboni, per avermi invitato a questa cerimonia d’inaugurazione dell’anno accademico della sede aretina dell’Ateneo senese, istituita nel 1969. Saluto con lui tutto il corpo accademico, il personale dell’ateneo, gli studenti, le altre autorità e tutti gli intervenuti.

Sono molto onorata di essere qui perché ho avuto oggi l'opportunità di incontrare una comunità accademica vivace e vitale che punta a consolidare la propria vocazione di eccellenza, testimoniata dalla posizione di primato del vostro Ateneo nella classifica degli atenei italiani di qualità.

La sede aretina, con i suoi dipartimenti ed i suoi centri di ricerca, esprime oggi un forte legame con il suo territorio, con la sua economia e con la sua grande tradizione culturale, in una direzione del tutto opposta a quella dell’autoreferenzialità che spesso i critici attribuiscono al mondo accademico italiano ed all’incapacità di superare le aporie del nostro modello formativo, in cui permane una forte contraddizione tra “fare” e “saper fare”.

La vostra Università si caratterizza per una forte attenzione alle dinamiche dell’internazionalizzazione della nostra società e del nostro sistema produttivo. L’accordo con l'Università dello Zhejiang di cui ci ha parlato la professoressa Fabbri configura la creazione di un nuovo centro di ricerca e intervento transculturale che consenta a ricercatori, dirigenti scolastici e docenti, reti di imprese e di associazioni di lavorare insieme per ottimizzare i rapporti di scambio e confronto tra le due culture e per aiutare i nostri sistemi produttivi a misurarsi con quel grande e complesso Paese che è la Cina.

Esperienze come questa confermano che anche nell’economia globalizzata il territorio d’insediamento originario di una grande istituzione, come un’università, continua a “fare la differenza”, a condizione che sappia modificare il tipo di valore che trasferisce alle imprese rispondendo a domande differenti da quelle del passato.

Oggi ai territori non si chiede più di essere solo accoglienti, ma di caratterizzarsi come un hub che si connette con il pianeta. Non più soltanto istituzioni di prossimità, infrastrutture e servizi locali, come nel secolo scorso. I territori produttivi devono aprirsi all'esterno, creare le condizioni d’insediamento di imprese innovative e sviluppare relazioni, aiutando le imprese presenti a stare nel “villaggio globale”.

La prolusione del professor Bruno Rossi - sui nessi tra formazione, benessere organizzativo ed educazione alla creatività - ci ha offerto molti stimoli e credo ci abbia dato una lettura più profonda di alcuni processi culturali giovanili di cui i mezzi di comunicazione ci restituiscono soltanto un’immagine impressionistica e sbiadita: mi riferisco all’affacciarsi sulla scena pubblica della generazione dei cosiddetti Millennials, nelle università, nelle  realtà associative e del volontariato, nel mondo del lavoro e dell’imprenditoria, portatori di nuovi costumi e di nuovi modelli di pensiero, anche se ancora alla ricerca di un loro compiuto profilo sociale e culturale.

Abbiamo avuto una bella testimonianza della loro presenza nelle giornate dell’Expo e soprattutto nelle iniziative del Padiglione Italia che, sin dalla sua ideazione, è stato pensato proprio come uno spazio di supporto ai tanti talenti ed alle energie giovani, ai quali ha voluto dare accoglienza e visibilità.

Ma un'ulteriore riprova della loro capacità di animare i grandi avvenimenti della scena pubblica nazionale si è avuta a Roma pochi giorni fa, con la terza edizione di Maker Faire, il più grande salone europeo dell’innovazione, in cui si sono date appuntamento le fasce di giovani più attente alle tematiche della ricerca e dell’innovatività tecnologica.

La Camera dei deputati, per iniziativa della presidente Boldrini, si è impegnata ad ascoltare alcune delle attese e delle aspettative di questa nuova generazione, attraverso i lavori di una commissione di studio sui diritti e doveri relativi ad internet, formata da deputati attivi sui temi dell'innovazione tecnologica e dei diritti fondamentali, studiosi ed esperti, operatori del settore e rappresentanti di associazioni, che ha redatto un testo, sottoposto ad una vasta consultazione pubblica, nell’intento di assicurare la partecipazione più larga possibile all’individuazione dei princìpi in esso contenuti. Da quel confronto è scaturita una Carta dei diritti, che si propone come sintesi più avanzata delle diverse posizioni e sensibilità emerse. Su quella base la scorsa settimana la Camera dei deputati ha approvato all'unanimità una mozione che impegna il Governo a realizzare concretamente quei principi.

Il Censis ha recentemente dedicato un ampio rapporto al modo di vivere dei Millennials italiani da cui emerge con chiarezza il fatto che questa nuova generazione è oggi protagonista di una nuova ondata d’imprenditorialità, con quasi 32.000 nuove imprese nate nel secondo trimestre di quest’anno, fondate da under 35.

 Lo stock complessivo d’imprese di giovani è oggi pari a 594.000, cioè costituiscono il 9,8% del tessuto imprenditoriale del Paese, a testimonianza di una generazione niente affatto choosy ma con una grande voglia di fare.

La voglia d’impresa – analizza il Censis - è trasversale ai territori, inclusi i più difficili, perché anche nel Mezzogiorno il 40,6% delle imprese nate nel trimestre è riconducibile a un giovane, con un tasso di crescita del 3,5% rispetto al trimestre precedente.

Sono i Millennials, sono i giovani come Valentina che abbiamo ascoltato poco fa  voi  che ci stanno dimostrando come il valore aggiunto necessario all’innovazione, a farne scattare i meccanismi ed a sostenerne il dinamismo, è soltanto una grande, straordinaria passione e creatività. 

Ed è di questa passione che abbiamo bisogno per far ripartire il nostro Paese.

Credo che spetti alle classi politiche riflettere sul fatto che la lunga recessione che vive il nostro Paese non è venuta dal nulla, ma è stata resa più acuta dalla sommatoria di “occasioni mancate” e di scelte strategiche disastrose per la competitività del nostro sistema-Paese. Basti pensare al “non governo” – per riprendere le parole di Ugo La Malfa - di alcuni fattori di sviluppo essenziali come quello della ricerca e dell’innovazione: una colpevole negligenza tanto più paradossale se ci sofferma sul fatto che la nostra cultura imprenditoriale non manca certo di vocazione all’innovazione, che però è stata spesso liquidata in modo riduttivo, con la consueta propensione italiana all’autodenigrazione, come arte di arrangiarsi o di improvvisare e tenuta il più delle volte ai margini delle cittadelle accademiche.

La capacità di adattamento resta invece uno dei tratti peculiari del nostro carattere nazionale, che ci ha consentito di accumulare nel corso di tutta la nostra storia, anche nelle circostanze più difficili una cultura artigianale, e manifatturiera uniche al mondo, che rappresenta oggi il segno distintivo non solo del made in Italy ma ancor più segna dell’Italian Way of Life .

Sono queste le qualità che, ad esempio, hanno segnato in Italia, e in particolare in regioni come la Toscana, l’affermazione delle imprese di piccola e media dimensione, che oggi sono la struttura portante del nostro tessuto produttivo. Innovazione e creatività che se applicate anche nei sistemi di welfare possono aprire anche qui spazi per una nuova imprenditorialità ( e in questa direzione penso alla Riforma del Terzo Settore di cui si sta occupando il Parlamento).

L’innovazione, come ci ha detto prima il professor Rossi  è soprattutto creatività e vocazione alla rottura degli schemi prestabiliti e poiché queste attitudini sono senza dubbio più forti nei giovani, diventa prioritario sostenere l’attività di ricerca al più alto livello e la moltiplicazione dei centri capaci d’invenzione e di cambiamento. 

Dopo lunghi anni, la questione formativa è tornata al centro dell’agenda politica nazionale connotandosi come uno dei principali terreni sui quali l’opinione pubblica ed i cittadini-elettori sono chiamati a valutare l’attendibilità di una classe di governo degna di questo nome. Raccolgo la sollecitazione che in questo senso ci è venuta dal professor Bosco.

E’ questo, in realtà, l’obiettivo di lungo periodo con cui la politica si deve confrontare: vanno in questa direzione gli interventi del Jobs Act che puntano ad un superamento delle tradizionali barriere di accesso al mercato del lavoro e dei rischi di incagli, ma anche le misure previste dalla legge sulla “Buona scuola”, che prevede per la prima volta dal Piano decennale per la scuola del 1959, un vasto e coerente programma d’innovazione del nostro sistema di formazione, dai finanziamenti per la digitalizzazione degli istituti, ad un programma di costruzione di scuole green ed altamente innovative e punta ad un’efficace alternanza, nell’ultimo triennio degli istituti secondari, tra scuola e lavoro.

Vanno in questa stessa direzione gli interventi previsti dal disegno di legge di Stabilità che incrementa di oltre novanta milioni di euro nel 2016 il Fondo per il finanziamento ordinario delle università, destinandolo al reclutamento per chiamata diretta di docenti ordinari ed associati ed all’assunzione di ricercatori a tempo determinato.

Consentitemi di concludere con una brevissima apologia dell’educazione umanistica, che – all’estero in verità più di quanto non accada in Italia – è oggi minacciata di ostracismo e di marginalizzazione.

“Con la cultura non si mangia”, si è detto in anni non lontani: sono invece convinta dell’esatto contrario, poiché esiste un “umanesimo che innova” che sa proporre un’aggiornata declinazione di saperi e professioni che coniugano nuove tecnologie ed una tradizione secolare, che sa dare nuovo senso e nuove ragioni alla consapevolezza - come ha scritto un vostro illustro conterraneo, Roberto Benigni - che il nostro Paese “è l’unico al mondo dove è nata prima la cultura e dopo la Nazione. Dobbiamo andare fieri di questo, è una cosa meravigliosa”.

 

 

Marina Sereni, 2009-2015