Marina Sereni
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04-05-2016
CONVEGNO A MONTECITORIO "GIOVANNI PICO E LA CABBALA'"
"INCONTRO TRA CULTURE E DIALOGO, LEZIONE DAL GENIALE MIRANDOLANO"
"Negli ultimi anni, i confini geografici hanno sempre più perso di senso, abbattuti da processi di integrazione come quello europeo e da ondate migratorie: fedi e culture diverse si muovono negli stessi spazi, costruendo però, molto spesso, barriere identitarie e linguistiche che impediscono o rendono difficile una vera co-esistenza, nel senso della condivisione di valori universali. Il progetto di grande consesso di saggi di tutte le culture – ipotizzato da Giovanni Pico ben 530 anni fa – rappresenta allora un obiettivo cui tendere, sottraendolo al terreno dell’utopia, con realistica determinazione". A Montecitorio abbiamo discusso e ricordato il geniale Pico della Mirandola presentando il volume "Giovanni Pico e la Cabbalà". Il mio saluto.

 

INTERVENTO VICE PRESIDENTE MARINA SERENI

Presentazione del volume

“Giovanni Pico e la cabbalà”

Sala Aldo Moro, 4 maggio 2016

 

 

Sono lieta di portare il saluto introduttivo in questa occasione che vede intervenire studiosi di altissima caratura per presentare il bel volume “Giovanni Pico e la cabbalà”, curato con pazienza e maestria dal professor Fabrizio Lelli. Dico con pazienza perché ci sono voluti sette lunghi anni per la stampa degli atti di un convegno svoltosi nell’ormai lontano 2007. La ricorrenza del numero sette, parlando di cabbalà, potrebbe anche non essere casuale.

Mi sono interrogata in questi giorni sul senso della mia presenza, trovando la risposta in una splendida e notissima domanda di Giovanni Pico: “Come scegliere la propria saggezza, senza aver frequentato le altre?”

La domanda proietta nell’oggi tutta l’opera di un “dilettante di genio” – così l’ha definito Giulio Busi – che 530 anni fa visse e pagò con un processo l’utopia di un dialogo tra filosofie, religioni, culture.

Ciò che più mi colpisce di Giovanni Pico, pur sospeso tra tradizione e modernità, è l’attualissima apertura verso le altre culture: nella celeberrima Orazione sulla dignità dell’uomo, rivolgendosi ai “Padri venerandi”, esordisce con una inusuale citazione dagli “scritti degli arabi”.

Soprattutto, incarica un altro straordinario personaggio, ebreo convertitosi al cristianesimo e fattosi prete – Flavio Mitridate lo pseudonimo con cui si firmava – di tradurre opere della tradizione cabbalistica ebraica, nel frattempo immergendosi nello studio dell’ebraico, del caldaico, dell’arabo.

Appena ventitreenne, concepisce l’idea di un grande incontro dei rappresentanti di tutte le culture e le religioni da lui stesso convocato per raggiungere una sorte di “pace filosofica”.

L’apertura universalistica ed ecumenica e – per così dire – l’importazione nel tessuto culturale cristiano di una precisa interpretazione della cabbalà fanno di Giovanni Pico un inesausto esploratore di altre culture.

Direi di più: nell’Orazione sulla dignità dell’uomo, l’esaltazione dell’uomo facitore del proprio destino è fondata sulla consapevolezza che la natura umana, di per sé debole e indeterminata, si realizza e si identifica attraverso la realtà molteplice delle culture umane; e da qui deriva la possibilità della concordia tra le culture.

Mi colpisce questo richiamo all’indeterminata natura umana: l’uomo, consegnato alla potestà del suo libero arbitrio e quindi alla sua responsabilità, può volgersi al bene oppure al male, a seconda di come coltiva i “semi d’ogni specie” e i “germi di ogni vita” presenti in ciascuno di noi.

Ciascuna cultura filosofica e religiosa indica una propria via, che nella sua diversità non differisce, per essenza, funzione e struttura, dalle altre: se così è – e sono convinta che questo sia il messaggio più attuale di Giovanni Pico – il dialogo e l’incontro non solo sono possibili ma obbligati.

Negli ultimi anni, i confini geografici hanno sempre più perso di senso, abbattuti da processi di integrazione come quello europeo e da ondate migratorie: fedi e culture diverse si muovono negli stessi spazi, costruendo però, molto spesso, barriere identitarie e linguistiche che impediscono o rendono difficile una vera co-esistenza, nel senso della condivisione di valori universali.

Il progetto di grande consesso di saggi di tutte le culture – ipotizzato da Giovanni Pico ben 530 anni fa – rappresenta allora un obiettivo cui tendere, sottraendolo al terreno dell’utopia, con realistica determinazione. In più, vanno rimarcati i suoi sforzi per abbattere le barriere linguistiche, commissionando traduzioni ma anche dedicandosi in prima persona allo studio di tanti idiomi.

Per l’incontro tra le culture occorre che tutte si aprano al dialogo, forti nella loro identità, disponibili al confronto, memori – la memoria di Giovanni Pico è rimasta proverbiale – di ciò che è stato: soltanto la consapevolezza della storia può aiutarci a costruire un futuro migliore.

 Il volume curato da Fabrizio Lelli è prezioso in questa chiave perché dà non solo l’immagine di Giovanni Pico – alla confluenza tra diverse culture ed influenze – ma anche una sfaccettata ricostruzione del contesto culturale della sua era e della lettura che è stata fatta della sua opera in epoche successive.

Auguro quindi buon lavoro a tutti i relatori e a tutti i presenti, che sono intervenuti così inaspettatamente numerosi, a testimonianza dell’attualità del messaggio di Giovanni Pico e del volume che oggi presentiamo.

 

Marina Sereni, 2009-2015