Marina Sereni
Marina Sereni
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<b>54 </B> Missioni e incontri internazionali
10-05-2016
ALLA FAO CON YUNUS
"AGRICOLTURA E AMBIENTE PER REALIZZARE L'IMPEGNO FAME ZERO"
Dimensione imprenditoriale e lotta alla fame, possono stare insieme? La risposta è sì, com'è sì la risposta alla necessità di tenere insieme prosperità economica, sviluppo sociale, sicurezza alimentare, gestione delle risorse idriche, protezione dell’ambiente su scala globale. Ne abbiamo parlato con interlocutore d'eccezione il professor Muhammad Yunus, alla Fao alla manifestazione  Social Business for Zero Hunger  insieme al ministro Martina e al presidente della Cia Scanavino. Ecco il mio intervento. 

Social Business for Zero Hunger

 

(FAO, Roma, 10 maggio 2016)

 

Intervento della Vicepresidente della Camera dei deputati,

 Marina Sereni

 

 

 

Signor Direttore generale della FAO, signor Ministro delle politiche agricole, signor Presidente della Confederazione italiana agricoltori, caro Professor Yunus,  porto con sincero piacere e vivo interesse il saluto istituzionale della Camera dei deputati italiana a questa importante iniziativa internazionale, promossa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, dalla Confederazione italiana agricoltori, dallo Yunus Social Business Centre dell’Università di Firenze, dalla Grameen Italia Foundation e dal Budapest Centre per la prevenzione internazionale dei genocidi e delle atrocità di massa.

Questa iniziativa ci consentirà di riflettere sui nuovi rapporti tra dimensione imprenditoriale e lotta alla fame, all’indomani degli importanti risultati rappresentati dall’approvazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e dalla conclusione dell’Accordo COP 21 sul clima: la nuova Agenda costituisce un piano ambizioso per eliminare la povertà entro il 2030 e per promuovere la prosperità economica, lo sviluppo sociale e la protezione dell’ambiente su scala globale, mentre l’Accordo di Parigi, dimostra che il clima è una delle sfide globali sui quali la Comunità internazionale è stata in grado, dopo molti tentativi, di fare un passo avanti importante coinvolgendo molti paesi.

Devo esprimere tutto il mio apprezzamento per l’approccio sotteso a questo forum, che riserva un’attenzione particolare ai nuovi versanti sui quali l’imprenditoria sociale è chiamata ad impegnarsi per garantire la sicurezza alimentare, dalla gestione delle risorse idriche, a quella dei cambiamenti climatici, ed agli interlocutori con i quali può trovare nuove forme di dialogo e di raccordo, dalle industrie alimentari al settore creditizio tradizionale.

Parlare di agricoltura e alimentazione vuol dire ancora oggi affrontare il nodo di una tensione irrisolta tra processi economici a scala globale e territori. La tendenza dominante è quella di una crescente separazione tra il fattore terra ed il prodotto alimentare, nonché l’allungamento della filiera agroalimentare: l’aumento della distanza tra luoghi di produzione e luoghi di consumo rompe i legami con la natura (stagionalità) e la cultura (saperi e pratiche locali).

Tale divaricazione geografica, sociale e culturale comporta da un lato la riduzione dei margini di autonomia dei produttori agricoli, ai quali le logiche del mercato globale impongono coltivazioni altamente industrializzate e standardizzate, dall’altro un deficit di informazione e possibilità di controllo da parte dei consumatori.

A ciò si aggiunge un elevato impatto ambientale, dovuto sia ai metodi produttivi (colture intensive, largo impiego di fertilizzanti e pesticidi, ecc.) sia alle modalità distributive (grandi distanze tra aziende agricole,impianti di trasformazione e reti commerciali).

In anni recenti, l’aumento della domanda di prodotti agricoli ma soprattutto l’estendersi di fenomeni speculativi sui mercati internazionali ha provocato una vera e propria crisi alimentare.

La crisi alimentare globale non è una crisi di scarsità o, per meglio dire, è anche una crisi di scarsità ma indotta dai meccanismi di mercato e di organizzazione del sistema agroalimentare. Il sistema della governance globale ha comportato la progressiva riduzione dell’agricoltura e del cibo a merce oggetto di scambio e speculazioni sul mercato.

E’ stato proprio il Direttore generale della FAO, José Graziano da Silva, a ricordarci che la disponibilità di cibo pro-capite nel mondo è aumentata del 40% negli ultimi cinquant’anni. Oggi la causa principale della fame non è più la mancanza di cibo, ma il fatto che le popolazioni più povere non possono permettersi di acquistarlo, o non hanno accesso a strumenti, risorse o conoscenze per autoprodurlo.

E’ quindi necessaria una nuova rivoluzione, doppiamente verde, che aumenti la produzione preservando l'ambiente.

La sicurezza e la sovranità in campo alimentare dipendono in gran parte dalla piccola e media produzione, soprattutto dove non ci sono le condizioni strutturali, climatiche e culturali per introdurre altri modi di fare agricoltura.

L’agricoltura e la salvaguardia del territorio sono mestieri per giovani: richiedono spirito di sacrificio, capacità imprenditoriale, passione ambientalista, capacità di innovazione nel salvaguardare la qualità della tradizione agro-alimentare.

Malgrado le apparenze, l’agricoltura è un mestiere del futuro : il mondo di 9 miliardi di esseri umani nel 2050 non potrebbe farne a meno. Quasi un miliardo di uomini e donne si aggiungeranno solo nel prossimo decennio.

L’imprenditoria sociale può fare molto per garantire un’efficace attuazione del diritto al cibo ed alla sicurezza alimentare: in Italia, come in tantissime realtà extraeuropee, come ci insegna l’esperienza del Professor Yunus, il social business rappresenta un mix di esperienze consolidate ed emergenti che delinea un caso sui generis d’innovazione sociale, radicato nei tessuti comunitari e parte integrante del sistema produttivo e istituzionale.

Una fenomenologia ampia, differenziata e caratterizzata da un notevole dinamismo interno: un interlocutore chiave per tutti quegli attori pubblici e privati che inquadrano la produzione di valore economico, sociale e ambientale in un modello di sviluppo orientato a principi di sostenibilità, condivisione e responsabilità.

Un recente rapporto sull’impresa sociale testimonia come, alla vigilia dell’approvazione in Italia della nuova disciplina sul terzo settore, essa viva una stagione di grande vitalità e sia segnata dall’affermarsi di una nuova generazione d’imprenditori sociali, diversa da quella che ha fondato questo modello d’impresa, ma ugualmente interessata a “fare la differenza”.

Mi riferisco, in particolare, alle imprese su base comunitaria per la gestione dei beni comuni; alle imprese – ed alle reti imprenditoriali - di economia solidale per organizzare nuove forme di produzione e consumo alle quali si possono affiancare le piattaforme di economia della condivisione (sharing economy), alle imprese for profit “coesive” che incorporano nel business tradizionale legato soprattutto a eccellenze del made in Italy elementi di innovazione sociale e ambientale, fino alle organizzazioni ibride che implementano nuovi schemi di cooperazione tra stakeholder ridefinendo i legami tra profit e nonprofit.

Grazie alla sua capacità di coordinare risorse di diversa natura, provenienti dal settore pubblico, dal mercato e dalla collettività, l’impresa sociale è oggi in grado di diventare un connettore di tensioni verso il cambiamento e di trasformare simili istanze nella creazione di sistemi di offerta caratterizzati da un elevato valore economico e sociale.

L’attivazione delle risorse del territorio, la partecipazione dei cittadini e l’impresa sociale come iniziativa radicata nel tessuto comunitario rappresentano gli esiti di “strategie solidali” orientate da una concezione di sviluppo endogeno, concertato, integrato e sostenibile, per un superamento della “cultura dello scarto” – che spesso è anche spreco alimentare – stigmatizzata dal magistero di Papa Francesco.

L’Italia può vantare una ricca esperienza e tradizione agro-alimentari ed il modello di solidarietà del radicato movimento dell’economia rurale solidale. Queste ultime rappresentano ancora una componente economica vitale.

Siamo pronti a condividere con tutti i Paesi interessati il patrimonio delle nostre esperienze e capacità produttive. Anche in Italia non mancano nuove specifiche sfide, alle quali il Parlamento sta cercando di dare coerenti risposte sul piano legislativo, dal ricambio generazionale in agricoltura, alla valorizzazione del suolo, fino alla lotta gli sprechi alimentari ed alla promozione della sharing economy.

Al tempo stesso l’Italia crede profondamente nel ruolo della FAO, dell’IFAD, del Programma alimentare mondiale, delle agenzie che l’Italia si onora di ospitare e si è molto impegnata in questi anni perché la nuova Agenda globale 2030 attribuisse la dovuta centralità agli obiettivi della lotta alla fame, della sicurezza alimentare, del miglioramento della nutrizione e della promozione dell’agricoltura sostenibile, sui quali si focalizza quella Carta di Milano sul diritto al cibo che rappresenta in un certo senso la migliore eredità politico-culturale di Expo 2015.

 

Marina Sereni, 2009-2015