Marina Sereni
Marina Sereni
<b>883</b> Ore. <b>22%</b> Totale sedute
<b>31</b> Eventi da me promossi
<b>120</b> Interventi a Montecitorio
<b>114</b> Impegni in Italia
<b>47 </B> Missioni e incontri internazionali
23-05-2016
CENTENARIO DELLA LEGA DELLE AUTONOMIE
"UNA STORIA DI RIFORMISMO PER UN FUTURO DI CAMBIAMENTO"

Centenario della Lega delle autonomie

Cento anni di riformismo per il governo locale

Saluto di Marina Sereni, Vicepresidente della Camera dei deputati

(Palazzo Montecitorio, Sala della Regina, 23 maggio 2016)

 

E’ per me un onore portare il saluto della Camera dei deputati a questa cerimonia dedicata al centenario della Lega delle autonomie locali: rivolgo il mio più caloroso benvenuto a Maria Elena Boschi, Ministra per le Riforme costituzionali ed i rapporti con il Parlamento, a Marco Filippeschi, Presidente nazionale della Lega delle autonomie e Sindaco di Pisa, a tutte le autorità e a tutti gli autorevoli ospiti presenti.

Le origini della Lega delle autonomie sono indissolubilmente legate all'esperienza del “socialismo municipale”, alla passione ed al coraggio di tanti amministratori locali che, nell’Italia del primo Novecento, dettero forza al progetto riformista, segnando una stagione di profondo rinnovamento amministrativo rispetto all’esperienza dello Stato liberale-accentratore.

La Lega, come è noto, nacque da una scissione dall’Associazione nazionale dei comuni italiani, fortemente voluta dalle forze socialiste: tale frattura – secondo la storiografia più consolidata – non rappresentò tuttavia un fattore di divisione all’interno dello schieramento autonomista, poiché la collaborazione tra la Lega e l’ANCI seppe proseguire fino agli anni della crisi fascista, favorendo una convergenza di programmi e di azioni tra amministratori locali socialisti, cattolici e laico-democratici che pure muovevano da visioni divergenti su materie essenziali come la gestione dei servizi locali, l’educazione e l’assistenza.

La Lega delle autonomie negli anni ha saputo dare voce  a diversi  livelli di governo locale e, dal secondo dopoguerra, anche delle Regioni, svolgendo un ruolo di stimolo nei confronti di tutto il movimento italiano delle autonomie.

Una stagione di grandi speranze, che ritroveremo nelle immagini e nei documenti della mostra  allestita dalla Biblioteca della Camera in occasione di questo centenario, che fu segnata dall’azione d’illuminati riformatori sociali come Giovanni Montemartini, protagonista del movimento delle municipalizzazioni ed Emilio Caldara, primo sindaco socialista di Milano dal 1914 al 1920.

In quegli anni, in Italia come in altri paesi europei, le municipalità socialiste si fanno carico di dare vita a servizi di tutela del lavoro, assistenza pubblica, municipalizzazione delle aziende di trasporto, pubblica istruzione, lotta alla ricchezza improduttiva, sostegno alle persone più disagiate, gestione del credito e politiche abitative popolari.  E non a caso proprio contro le giunte socialiste si scatenerà la prima, tragica e drammatica offensiva del fascismo.

Così come non sarà un caso che i temi dell’autonomia e del decentramento saranno molto presenti nell’elaborazione e nel dibattito  costituzionale tra le principali forze impegnate della Resistenza e torneranno al centro dell’agenda politica dell’immediato dopoguerra con le elezioni amministrative del 1946, le prime elezioni libere dell’Italia liberata dal fascismo, quando tra l’altro le donne italiane furono per la prima volta ammesse al voto attivo e passivo e mentre vengono varate le prime forme di autonomia speciale per la Sicilia, la Sardegna, la Valle d’Aosta ed il Trentino-Alto Adige.

La Costituzione del 1948 dedicherà un’ampia parte al riconoscimento degli enti locali quali componenti territoriali necessarie della Repubblica, anche se si dovrà attendere fino al 1970 per vedere completato l’ordinamento regionale.

In questa temperie, nel secondo dopoguerra, la Lega delle autonomie rinasce come aggregazione rappresentativa degli enti locali amministrati dalla sinistra socialista e comunista, ribadendo il suo orientamento politico ma senza venire meno alla propria autonomia.

Credo si possa attribuire all'attività della Lega il merito di aver  fatto sì che l’esperienza di governo di migliaia di amministratori locali sia divenuta patrimonio politico-culturale comune a tutto il centro-sinistra, tanto più prezioso se si considera il peso della tradizione centralistica all’interno della vicenda storica del socialismo europeo.

Questa caratterizzazione ha arricchito l’elaborazione politica della sinistra italiana sul ruolo delle autonomie locali,  svolgendo una grande funzione di stimolo al dibattito pubblico, tra gli anni Cinquanta e Settanta, sui temi del decentramento locale e della programmazione urbanistica e ancora, nei decenni più vicini a noi, sulle prospettive dei  piccoli comuni, in particolare quelli rurali ed emarginati, e sulle politiche per la sicurezza urbana intese anche come interventi di welfare locale, di inclusione, di qualità dell’amministrazione e dei servizi.

A partire dagli anni Novanta la Lega delle autonomie è stata chiamata a dare un forte contributo al riassetto della legislazione sugli enti territoriali. Penso alla prima legge sugli enti locali (la legge n. 142 del 1990), e da ultimo confluita nel testo unico del 2000, all’elezione diretta del sindaco e del presidente della provincia ad opera della legge n. 81 del 1993.

Penso alla cd. “legge Bassanini, che ha disciplinato il conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle regioni ed agli enti locali) in ossequio al principio di sussidiarietà. Penso alla riforma del titolo V della Parte seconda della Costituzione approvata con la legge costituzionale n. 3 del 2001. 

Inizia in quegli anni la faticosa ricerca di un punto di equilibrio dinamico e capace a garantire un sistema di poteri coerente ed efficiente, vicino alle domande dei cittadini e sostenibile per il Paese.

Una ricerca segnata dai cambiamenti in atto nel rapporto tra cittadini e istituzioni e dalla oggettiva difficoltà di comporre, in un disegno unitario, un mosaico ordinamentale autenticamente rispondente ai principi fondamentali dell’indivisibilità della Repubblica e della sussidiarietà sia in senso verticale che orizzontale.

Non a caso, la necessità di un aggiornamento continuo dei rapporti fra “centro” e “periferia” è un compito espressamente indicato dalla stessa Costituzione, che, attraverso l’articolo 5, impone allo Stato di adeguare i canoni ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.

In questa chiave va letta la riorganizzazione degli enti territoriali introdotta dalla legge n. 56 del 2014 che ha posto mano non solo alla riorganizzazione degli enti territoriali di secondo livello, ma anche al ridisegno delle forme associative e aggregative dei comuni, con la finalità di favorirne quanto più possibile l’accorpamento o, comunque, l’esercizio in forma associata delle funzioni.

In questo quadro va letta la riforma costituzionale approvata in seconda votazione a maggioranza assoluta da entrambe le Camere nei giorni scorsi segna un passaggio cruciale nella ricerca di un punto di equilibrio dinamico, cui accennavo prima, nella storia delle autonomie territoriali.

La configurazione, fortemente auspicata dal movimento delle autonomie locali, di un Senato quale Camera rappresentativa delle istituzioni territoriali e di cui fa parte un sindaco per ciascuna regione, per lo svolgimento di “funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica” è, a mio avviso, un punto qualificante essenziale del nuovo disegno costituzionale.

La finalità della riforma costituzionale – e sono certa che questo aspetto potrà chiaramente emergere nel dibattito referendario dei prossimi mesi - è quella di superare la frammentazione e l’incertezza normativa nella direzione di un disegno organico e sistematico che consenta alle riforme di inverarsi con omogeneità nell’articolazione del sistema territoriale, contrastando la recrudescenza dei profondi divari interregionali di sviluppo economico e sociale prodotta dalla recessione economica.

La riforma costituzionale delinea dunque un nuovo Stato delle autonomie che deve essere ancora realizzato: l’azione associata dei poteri locali è oggi straordinariamente necessaria per evitare che si ripetano  errori del passato, quando non sono state fatte le opportune distinzioni in termini di virtuosità degli enti, analisi di efficienza nell’erogazione dei servizi, valutazione del gradimento delle comunità locali.

Al tempo stesso, come ha rilevato il Censis, la crisi economica, colpendo in maniera differenziata settori produttivi, territori economici, soggetti particolarmente esposti, ha evidenziato la fragilità dell’architettura dei rapporti tra i diversi livelli di governo, ma la modalità con cui gli enti locali si sono attivati costituisce una prova di quella assunzione di responsabilità che è l’ingrediente di base per la ripresa del nostro Paese.

Ecco perché oggi dobbiamo valorizzare
questo movimento delle Autononie per la storia di ieri, per l’azione di oggi, per il contributo che verrà al cambiamento e al futuro del Paese. 

Marina Sereni, 2009-2015