Marina Sereni
Marina Sereni
<b>949</b> Ore. <b>22%</b> Totale sedute
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<b>146</b> Impegni in Italia
<b>56 </B> Missioni e incontri internazionali
21-07-2016
TUTELA DEI DIRITTI UMANI A LA SAPIENZA
"LE DONNE, VITTIME E PROTAGONISTE DI UN FUTURO MIGLIORE"
 

Vittime, sì di molteplici violazioni dei diritti umani, ma anche protagoniste e portatrici di una cultura di contrasto al radicalismo e all'impiego della violenza terroristica. Il tema del mio intervento al Master dell'Università di Roma, La Sapienza in "Tutela internazionale dei diritti" è "La condizione femminile nel  contesto dei diritti umani". Le riflessioni degli ultimi anni si sono concentrate sull'individuazione di strumenti giuridico-internazionali capaci di rilevare le situazioni di svantaggio iniziale e di contrastare appieno le specifiche violazioni. Parità di genere, ma anche contrasto all'human trafficking, alla violenza sessuale. La strada è davvero ancora lunga.

Master in Tutela internazionale dei diritti

(Sapienza Università di Roma, Palazzo del Rettorato, 21 luglio 2016)

 

La condizione femminile nel contesto dei diritti umani

Intervento dell’on. Marina Sereni,

Vicepresidente della Camera dei deputati

 

 

Sono particolarmente lieta d’intervenire a questo incontro promosso dalla Sapienza nel quadro delle iniziative del Master in tutela internazionale dei diritti umani autorevolmente diretto dal professor, che si richiama al magistero di quell’insigne studiosa del diritto internazionale e dei diritti umani che fu Maria Rita Saulle.

Sono altresì molto grata al Magnifico Rettore della Sapienza, professor Eugenio Gaudio, al Presidente della Fondazione Roma Sapienza, professor Antonello Biagini ed al Direttore del Dipartimento di Scienze politiche, professor Luca Scuccimarra che mi hanno fatto l’onore di presenziare a questa iniziativa.

La riflessione sull’impatto della condizione femminile nell’evoluzione del diritto internazionale ha conosciuto un impulso decisamente significativo negli anni Novanta grazie all’impegno profuso dalle Nazioni Unite ed in particolare dagli organismi specializzati nella promozione dei diritti umani.

Le ricadute positive di questa azione sono oggi visibili sia sotto il profilo della diffusione di una maggior sensibilità e attenzione verso le problematiche inerenti la condizione femminile nella sua generalità, sia dal punto di vista  del grado di codificazione raggiunto a livello internazionale, soprattutto se si affianca alla normativa vera e propria quella quota consistente di atti di natura internazionale genericamente riferibili alla cosiddetta soft law.

Non a caso il dibattito più recente sulla necessità di estendere l’approccio di genere a tutti gli organismi che sono dotati di procedure o meccanismi per l’esigibilità o il monitoraggio dei diritti umani rappresenta un’ulteriore testimonianza della ricerca sul piano internazionale di un sempre più puntuale inquadramento della problematica femminile ed in modo particolare della volontà di definire sempre più efficaci strumenti di contrasto alle molteplici violazioni dei diritti fondamentali di cui sono vittime le donne.

Più in generale l’emergere, nell’ultimo ventennio, di una vera e propria Global Civil Society, favorevole ad innestare caratteri nuovi come il pluralismo e la partecipazione popolare nel tradizionale sistema delle relazioni internazionali interstatali, ha favorito l’adozione di un numero cospicuo di dichiarazioni e convenzioni settoriali sulla scia della crescita dei movimenti di massa che hanno dato spazio a tematiche prima ignorate o sottovalutate e sull’onda del successo delle campagne di mobilitazione su grandi questioni globali.

Questo processo di evoluzione del diritto della Comunità internazionale ha consentito ai movimenti delle donne di vedere riconosciute situazioni fino a pochi anni fa escluse da ogni tipo di tutela ed è stato, al tempo stesso, un veicolo per includere pienamente i diritti delle donne nel più ampio discorso sui diritti umani.

Nel corso degli anni si è venuta al contempo delineando la consapevolezza dei limiti che un approccio volto puramente ad affermare la parità formale presenta sotto il profilo del perseguimento dell’obiettivo delle pari opportunità  e dell’eguaglianza effettiva tra uomini e donne.

L’esigenza maturata nel tempo è stata quella di individuare strumenti giuridico-internazionali capaci di rilevare le situazioni di svantaggio iniziale che le donne subiscono in molti settori della vita sociale e di contrastare appieno le specifiche violazioni di cui esse sono ancora oggi vittime. In questo senso, è importante sottolineare il ruolo fondamentale svolto a partire dalla metà degli anni Settanta dalle Conferenze mondiali sulla donna (Città del Messico 1975, Copenaghen 1980, Nairobi 1985 e Pechino 1995) che hanno permesso di negoziare un nucleo minimo di politiche comuni in settori chiave per il progresso della condizione della donna, giungendo con Pechino ad elaborare una piattaforma condivisa attorno ai concetti di mainstreaming e empowerment femminile.

Questa evoluzione ha consentito tra l’altro di giungere al perfezionamento degli strumenti normativi messi a punto dalla comunità internazionale in materia di tutela della persona, penso da ultimo alla Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica – che il nostro Paese è stato tra i primi a ratificare con un voto unanime del Parlamento.

Uno dei temi prioritari su cui è necessario soffermarsi è infatti indubbiamente quello della violenza di genere che pone con urgenza la necessità di intervenire sulle cause e sull’impatto di tale fenomeno a livello sociale, sia in contesti bellici che in scenari di pace: le atrocità commesse contro le donne costituiscono infatti un problema globale che si ripropone quotidianamente in ogni paese del mondo anche laddove le legislazioni proteggono, almeno sul piano formale, le vittime di questi abusi.

Nonostante i notevoli sforzi compiuti dalla Comunità internazionale negli ultimi decenni sono ancora numerosi gli Stati non assoggettabili al rispetto degli standard internazionali sui diritti umani delle donne e soprattutto sono spesso gravissime le violazioni che continuano ad essere denunciate senza che i responsabili vengano chiamati a renderne conto. Ecco perché è ancora fondamentale, accanto all’azione degli Stati e delle istituzioni sovranazionali, l’iniziativa e la mobilitazione dei  movimenti femminili e delle organizzazioni non governative, la cui azione di denuncia nei confronti delle innumerevoli violazioni di cui sono vittime le donne ha creato in questi decenni le premesse perché una prospettiva di genere si facesse spazio in molti ambiti del sistema del diritto internazionale.

Attraverso la conoscenza delle condizioni reali di vita della popolazione femminile, soprattutto in alcuni contesti economici e cultuali e in situazioni particolari – come i conflitti armati, le crisi umanitarie, le recessioni economiche, le emergenze collegate ad eventi catastrofici, l’accesso al potere politico di formazione estremiste religiose – si  è potuto lavorare per accrescere la sensibilità nei confronti di queste stesse problematiche all’interno degli organismi del sistema diritti umani delle Nazioni Unite e favorire la messa a punto di numerosi programmi specifici.

In questa prospettiva nel luglio 2010, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha istituito l’UN Women, un nuovo organismo multilaterale per la promozione e protezione dei diritti delle donne che raggruppa in una sola struttura quattro precedenti uffici delle Nazioni Unite che si occupavano di parità di genere.

A partire dalla metà degli anni Novanta, l’impegno della Comunità internazionale si è esteso e progressivamente incentrato sulla gestione dei conflitti e sull’azione umanitaria. Di fronte alle tremende violazioni dei diritti umani, spesso poste in essere ai danni della popolazione femminile, la Comunità internazionale ha elaborato i nuovi concetti di “ingerenza umanitaria” e di human security, in nome dei quali tendono a mutare i tradizionali principi di sovranità nazionale e di divieto di ingerenza negli affari interni di uno Stato.

Parallelamente, le Nazioni Unite hanno riconosciuto la particolare situazione di vulnerabilità delle donne nei conflitti armati e richiamato l’attenzione sulle violazioni dei diritti umani di genere mediante diverse risoluzioni.

Nel 2000, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione 1325 che postula una maggiore rappresentanza delle donne a tutti i livelli decisionali in seno alle istituzioni e ai meccanismi nazionali, regionali e internazionali per la prevenzione, la gestione e la composizione dei conflitti.

La Risoluzione consolida le acquisizioni emerse nelle grandi conferenze delle Nazioni Unite sulla condizione femminile, ma soprattutto valorizza il contributo generoso e appassionato offerto dalle tante attiviste per la pace, che hanno costruito in questi anni in tutto il pianeta un’originale strumentazione di prassi intese alla trasformazione costruttiva dei conflitti.

Nonostante questo è stato proprio UN Women a rilevare recentemente come il numero medio delle donne che prendono parte ai processi di pace in qualità di negoziatrici, mediatrici, firmatarie e testimoni resti notevolmente basso, mentre aumentano le modalità creative utilizzate dalle donne per esprimere la loro posizione relativamente alla prevenzione e alla risoluzione dei conflitti.

Per queste finalità è sorto nel marzo scorso per iniziativa di una giovane collega deputata, onorevole Lia Quartapelle,  il Comitato italiano WIIS (Women in International Security), la prima organizzazione al mondo dedicata a promuovere la leadership e lo sviluppo professionale  delle donne nel campo della pace e della sicurezza internazionali, sponsorizzando attività di ricerca, programmi di formazione della leadership femminile e promuovendo la creazione di una rete di contatti a livello nazionale e internazionale. WIIS nasce proprio dall’esigenza di evidenziare la connessione tra le questioni di genere ed i temi della sicurezza internazionale, dalla risoluzione dei conflitti ai diritti umani, fino alla lotta per il contrasto al terrorismo e alla gestione del fenomeno migratorio.  

Nel 2008, con la risoluzione 1820, il Consiglio di Sicurezza ha compiuto un ulteriore importante passo avanti verso la messa al bando della violenza sulle donne nei conflitti armati, riconoscendo per la prima volta la violenza sessuale commessa dai belligeranti ai danni della popolazione civile come un problema di sicurezza.

Nel 2009, con la risoluzione 1888 è stata prevista la figura di rappresentante speciale per la violenza sessuale nei conflitti armati, incaricata/o segnatamente di porre fine all’impunità di chi commette questo tipo di violenza, nonché di promuovere l’empowerment  delle donne e il riconoscimento dello stupro come una tattica di guerra.

Da ultimo, nell’ottobre scorso, il Consiglio di Sicurezza ha adottato con il voto unanime dei 15 Stati membri la risoluzione n. 2242, cosponsorizzata da 75 Paesi, tra cui l’Italia, che prevede, tra le disposizioni più significative, l'istituzione di un gruppo informale di esperti su “Donne, pace e sicurezza” all'interno del Consiglio di Sicurezza per monitorare costantemente la tematica e coordinarne gli sforzi d'attuazione.

Dobbiamo essere orgogliosi del ruolo svolto dall’Italia nell’approvazione di questi documenti delle Nazioni Unite, perché il nostro Paese ha attivamente contribuito a far sì che fosse finalmente riconosciuto il nesso tra sicurezza internazionale e violenza sessuale.

Purtroppo sul versante attuativo della Risoluzione 1325 resta ancora molto da fare: l’Italia è tra gli Stati che si sono dotati di specifiche politiche, coordinate nel Piano d’azione nazionale 2014-2016 e volto innanzitutto a rafforzare le iniziative di settore che il nostro Paese già sostiene o attua per ridurre l’impatto che le situazioni di conflitto e post-conflitto determinano sulle donne e sui fanciulli, promuovendone al contempo, la partecipazione nella risoluzione e prevenzione dei conflitti in quanto “agenti per il cambiamento” (agents of change).

Ma le istituzioni del nostro Paese hanno dimostrato in questi anni un atteggiamento fortemente attento anche all’altro volto che assume oggi, a livello globale, la violenza contro le donne: quello dell’human trafficking.

A livello globale, le vittime di tratta, stando alle stime, sono dieci milioni. Ogni anno, 800mila persone vengono trafficate attraverso un confine internazionale, vittime dapprima dell’inganno o delle violenze e poi dello sfruttamento, fine ultimo della tratta. Dei quasi 900 mila migranti sbarcati in Europa nel 2015 dopo un viaggio attraverso il Mediterraneo, circa un quinto sono arrivati in Italia. Tra loro, quasi 5 mila erano donne nigeriane: il numero è di quattro volte superiore rispetto allo scorso anno. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni più della metà di queste donne sono destinate alla prostituzione.

Il viaggio stesso verso l’Europa è un’esperienza mortificante, devastante, in cui le donne vengono sottoposte a maltrattamenti e violenze fisiche. Non possiamo non vivere con mortificazione queste trafile di sofferenza a cui queste donne del Sud del Mondo sono sottoposte: una condizione di schiavitù che non dovrebbe più appartenere alla nostra storia attuale ma che ogni giorno, amaramente, si riattualizza.

Secondo Save the Children, le vittime di tratta provengono generalmente da Siria, Afghanistan, Eritrea, Sud Sudan, Niger, Nigeria, Marocco, Ghana, Senegal. I più a rischio sono i minori non accompagnati: le adolescenti provenienti sia dai paesi dell’Europa orientale che dalla Nigeria per quanto riguarda lo sfruttamento sessuale, i minori afgani e i minori eritrei, in quanto principali gruppi di migranti in transito in Italia, che lungo un viaggio estenuante di mesi o anni subiscono violenze sempre più efferate; ed i minori egiziani, che costituiscono il gruppo maggiormente coinvolto in situazioni di sfruttamento lavorativo nel nostro Paese.

Una volta coinvolte, spesso passano anni prima che le vittime vengano a conoscenza della possibilità di una qualche forma di tutela o di protezione internazionale. Altre volte invece, proprio la richiesta di asilo diventa funzionale al progetto delle reti di trafficanti, che possono così avere a disposizione persone da sfruttare con titoli regolari per restare sul suolo italiano.

Sono state messe in campo numerose proposte con lo scopo di prevenire e contrastare il fenomeno, anche a livello legislativo e giudiziario, con un imperativo: tratta ed immigrazione non si possono più considerare come due realtà distinte, come già aveva colto la prof. Saulle quando nel 1992 aveva istituito presso questa Università un percorso multidisciplinare su migrazioni e diritti umani, in collaborazione con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.  

E’ questa la linea che ispira anche il recente documento presentato dal nostro Governo a Bruxelles, il cosiddetto Migration Compact, che parte da un’accettazione pragmatica del fenomeno  e che, senza scadere in contrapposti eccessi di giudizio, mira a controllarne la portata e ad organizzarne le forme in un rapporto di partnership con i paesi di provenienza.

Sul piano legislativo, il nostro Paese può sicuramente vantare – a detta degli osservatori internazionali – una normativa all’avanguardia. Fino ad oggi l’approccio al fenomeno della tratta è stato privo di una visione unitaria e questo non ha garantito un’integrazione dei programmi sociali nei diversi territori.

Il primo Piano nazionale anti-tratta – adottato dal Consiglio dei ministri nel febbraio scorso – cerca di superare questo limite, poiché si propone di definire strategie pluriennali di intervento per la prevenzione e il contrasto al fenomeno della tratta e del grave sfruttamento degli esseri umani e azioni finalizzate alla sensibilizzazione, alla prevenzione sociale, all’emersione e all’integrazione delle vittime.

La tratta degli esseri umani è un fenomeno complesso che può essere aggredito e contrastato solo agendo contemporaneamente su più leve con un approccio comprensivo e in maniera coordinata. I contenuti del Piano sono riassunti nella formula delle classiche quattro P che caratterizza, a livello internazionale, ogni strategia organica in materia: Prevenire la tratta (prevention); Perseguire gli autori del reato (prosecution); Proteggere i diritti umani delle vittime (protection) e Promuovere la cooperazione (partnership).

L’obiettivo operativo è quello di definire una politica nazionale di intervento coordinata e sistemica, che coinvolga le diverse amministrazioni pubbliche competenti a livello centrale e territoriale, con un approccio sinergico e volto all’ottimizzazione delle risorse umane e finanziarie.

Nel Piano, oltre alla definizione dell’orizzonte temporale, sono riportate le priorità di intervento, le possibili fonti di finanziamento e le principali azioni che devono essere sviluppate a livello territoriale con il coinvolgimento di tutti gli attori istituzionali e della società civile.

Le azioni per la lotta alla tratta di esseri umani a scopo di grave sfruttamento si muovono sostanzialmente lungo il doppio binario della normativa italiana: il primo – di assoluto rilievo – di contrasto e di repressione del crimine (affidato alle forze dell’ordine e all’autorità giudiziaria); il secondo – altrettanto decisivo – di prevenzione e di protezione delle vittime (affidato ai servizi sociali pubblici e del privato sociale accreditato, nonché alle organizzazioni di volontariato ed a istituti o enti religiosi di diretta emanazione delle realtà territoriali).

All’indomani della strage di Nizza, quando le problematiche della sicurezza del nostro Paese, dell’Europa e dei suoi cittadini sono diventate assolutamente prioritarie nelle agende di politica interna e di politica estera, spetta alle leadership politiche comprendere che integrare la prospettiva di genere all’interno del processo decisionale non è soltanto rilevante, ma decisivo anche per il successo della strategia di contrasto al terrorismo islamista.

Le donne sono infatti le prime vittime di un terrorismo che intende colpire il valore universale dell’uguaglianza: i movimenti estremisti che vanno dalla Nigeria all’Iraq, dalla Siria alla Somalia, dal Myanmar al Pakistan hanno un elemento in comune, la violenza feroce contro le donne e la limitazione della libertà femminile.

Per questo è necessario che la Comunità internazionale sappia andare oltre gli stessi risultati della risoluzione 1325, maturando la consapevolezza che l’azione globale contro il terrorismo non può prescindere dal ruolo chiave che le donne giocano nel contrasto al radicalismo e all’impiego della violenza terroristica, nel rinsaldare comunità forti, stabili e in grado di resistere alla radicalizzazione.

Concludendo permettetemi da ultimo di citare alcune delle attività che la Camera dei Deputati ha svolto e sta svolgendo per contribuire ad affermare un punto di vista di genere in materia di diritti umani. Sul terreno della “diplomazia parlamentare” è d’obbligo ricordare il Gruppo di contatto delle parlamentari italiane con le donne afgane, istituito nel 2002 e che oggi ho l’onore di coordinare, attraverso cui abbiamo costruito negli anni numerose occasioni di confronto con le colleghe afgane e anche percorsi di formazione rivolti ai funzionari e alle funzionarie della Loya Jirga. In questa legislatura si sono poi sviluppate molte altre iniziative di dialogo e di collaborazione con donne della società civile e delle istituzioni di altri paesi. Penso alle donne libiche, impegnate nel difficile tentativo di dare pace e stabilità al loro Paese e al tempo stesso preoccupate di dover contrastare gruppi e fazioni che vorrebbero imporre interpretazioni radicali della sharia nella futura Costituzione. Penso alle donne curde irachene e alle loro amiche della comunità di Rojava in Siria che combattono a fianco degli uomini contro Daesh e stanno sperimentando una forma di autorganizzazione perfettamente paritaria tra uomini e donne. Penso alla terribile denuncia delle donne yazide che abbiamo ospitato in Parlamento che ci hanno raccontato le atrocità perpetrate dal Califfato nei
loro confronti, chiedendoci di rafforzare l’impegno del nostro Paese a difesa delle minoranze in Iraq.

Per iniziativa dell’Intergruppo delle donne – costituito per la prima volta nel Parlamento italiano, non a caso nella legislatura in cui la rappresentanza femminile compie un balzo e raggiunge il 31% - abbiamo poi avviato un approfondimento sul tema della radicalizzazione tra i giovani di religione islamica, chiamando a confrontarsi associazioni femminili di paesi che hanno prima di noi sperimentato questo drammatico fenomeno. Da quell’incontro ha preso le mosse anche una iniziativa legislativa che oggi è in discussione in I Commissione.

Infine due iniziative in preparazione alle quali, se avrete piacere di partecipare, vorrei già da oggi invitarvi. Il 18 ottobre pensiamo di celebrare la Giornata Europea contro la tratta con un evento cui chiameremo ad intervenire tutti i soggetti a vario titolo coinvolti nella realizzazione del Piano Nazionale di cui prima parlavo. Il 25 Novembre, Giornata mondiale contro la violenza di genere, è invece in programma la proiezione di un film realizzato da una nostra connazionale che per molti anni ha lavorato in Kossovo per le Nazioni Unite che ripercorre la tragedia delle donne vittime di violenze in quel conflitto.  Spero di avervi con noi in queste ed altre occasioni e di poter così moltiplicare i momenti di scambio tra i giovani studenti di questo prestigioso Master e la Camera dei Deputati.

Grazie per l’attenzione.

 

 

Marina Sereni, 2009-2015