Marina Sereni
Marina Sereni
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18-11-2016
CONVEGNO: DONNE IN FUGA VERSO L'EUROPA
"VITTIME DUE VOLTE, MA FORTI E PROTAGONISTE DI PACE"
Invitata dalla Fondazione Ebert e dalle Democratiche, con ministre e sottosegretarie italiane e austriache, con donne impegnate nelle associazione di volontariato e in Europa, ho discusso stamattina di “Migrazione: donne in fuga verso l’Europa”. Le donne vittime, ma non deboli. Vittime di violenze di genere nei conflitti, di consuetudini terribili nei loro contesti. Forti, quando trovano il coraggio di affidare al mare la salvezza dei loro figli. Forti, quando si impegnano come Giusi Nicolini nell'accoglienza dei disperati. Vittime, ma anche protagoniste di soluzioni laddove sono coinvolte nei processi di pace. Ora, dopo la discussione, servono impegni concreti e visibili. Perché, come ci dice anche la vittoria di Trump, il mondo ha bisogno di cambiamento ed essere donne non basta a interpretarlo. Ecco il mio intervento.

Buongiorno a tutte e a tutti, sono grata alla Fondazione Ebert, alle Democratiche, alle colleghe tedesche ed austriache per questa possibilità di riflettere su temi di grande attualità. Oggi ci occupiamo di migrazioni, di, come dice il titolo del nostro incontro: “Donne in fuga verso l’Europa”.
Serena Fiorletta, dell’Aidos, con dovizia di particolari e numeri ci dirà di quante donne e uomini, bambine e bambini, fuggono verso l’Europa. Il fenomeno migratorio è gigantesco, in aumento e strutturale, non è tutto rivolto verso l’Europa e non possiamo affrontarlo con la logica dell'emergenza. Ci sono milioni di persone in movimento verso gli altri continenti. La mobilità è un diritto umano. È un diritto di ogni persona cercare un futuro, una salvezza dai conflitti, dalla violenza, dall’incertezza e insicurezza di stati fragili o falliti. Le donne sono spesso vittime dentro questo enorme fenomeno: sono vittime perché sono considerate prede e stuprate durante le guerre, vittime dell’arretratezza dei loro contesto di origine. Basta pensare a fenomeni come quello delle spose bambine o alle donne rapite per dimostrare la potenza di questa o quella organizzazione terroristica.
Sono vittime, ma questo non significa che siano deboli.
Sono forti le madri che affrontano il mare con i loro figli pur di cercare una speranza, sono ancora più forti quelle donne che mettono sui barconi i loro figli, pensando di poter offrire loro una possibilità di salvezza. Pensate quanta forza ci vuole nel pensare di poter salvare il proprio figlio e la propria figlia affidandola al mare! E sono forti anche le donne che accolgono queste bambine e bambini soli, queste donne e questi uomini stanchi, affamati, impauriti, che arrivano sulle nostre coste. Sono tante le volontarie nei luoghi degli sbarchi, nei centri d’accoglienza… E poi ci sono donne straordinarie, per noi è diventata un simbolo Giusi Nicolini, sindaca di Lampedusa , perché ha sfidato prima di tutto i suoi concittadini dimostrando che accoglienza e turismo non sono incompatibili.
E sono forti le donne anche quando riescono ad essere protagoniste nelle aree di conflitto. La risoluzione 1325 delle Nazioni Unite identifica nel ruolo e nel protagonismo delle donne un punto cruciale per la soluzione dei conflitti, per i processi di pacificazione e stabilizzazione. Alla base delle migrazioni, ci sono molti conflitti antichi e recenti, ma è vero che quando le donne sono state coinvolte nei processi di pace questi si sono trasformati in processi effettivi di stabilizzazioni e di superamento di odi.
Noi dobbiamo affrontare il tema delle migrazioni in un contesto democratico molto complesso. Nel nostro Paese e in tutta Europa questo tema è diventato il terreno di uno scontro politico in cui si fa più fatica ad essere riformisti, realisti, pragmatici, perché è molto più semplice urlare, avere slogan e dire no. Non si guadagnano voti se si fa una politica seria sull’accoglienza e sull’immigrazione. Non si guadagna consenso dicendo la verità e cioè che siamo di fronte ad un fenomeno strutturale, non ad una emergenza, che dovremo affrontare per decenni. E quindi servono delle politiche che governino questo fenomeno che abbiano un respiro e che non siano dettate dal contingente. E così, non ci sono alternative, le alternative sono fasulle.
Che lezione ci viene dall’elezione di Trump? Secondo me ce ne vengono tre.
Primo, change, cambiamento. E non basta essere donna per intercettare e interpretare la domanda di cambiamento.
Secondo, c’è una richiesta di grande attenzione alle persone, alle loro condizioni materiali, all’economia reale… in una parola ai tanti perdenti della globalizzazione. Non penso che si possa fermare la globalizzazione, come non penso si possano fermare le migrazioni, ma da forze progressiste, da donne progressiste non possiamo non vedere le esigenze che nascono da una situazione di insicurezza molto profonda che ha colpito le classi medie e che riguarda anche le donne. Terzo, non basta denunciare, ma si devono tradurre le parole in politiche e in decisioni.
Per questo sono contenta di sentire che concluderemo questa mattinata con degli impegni concreti perché, dopo esserci prese il tempo per analizzare e discutere insieme, mi auguro che ognuna di noi, per il ruolo che ricopre nel proprio Paese, abbia la possibilità di metterli in pratica.

Marina Sereni, 2009-2015