Marina Sereni
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HO LETTO SU...LA REPUBBLICA
DIAMANTI: "I 10 ANNI
DEL PARTITO DEMOCRATICO"
 

Nel suo articolo di oggi su La Repubblica Ilvo Diamanti esordisce dicendo che "Il Pd ha dieci anni ma ne dimostra molti di più" e poi, con la consueta competenza, richiama la nostra attenzione sul calo di partecipazione che abbiamo registrato in particolare tra i giovani e sul fatto che la forte "personalizzazione" attorno a Renzi abbia finito progressivamente per allontanare più che per avvicinare le energie più nuove ed entusiaste. Non è un'analisi nuova, segnala un tema - quello dei giovani - cruciale e contiene indubbiamente spunti di riflessione su cui vale la pena riflettere. Peraltro il libro di Paolo Natale e Luciano Mario Fasano che Diamanti cita merita davvero di essere letto e discusso nelle sedi centrali e periferiche del Pd. Ciò che Diamanti non dice - e forse sottovaluta - è l'impatto della personalizzazione del partito (che ad onor del vero non inizia con Renzi e a giudicare dalle vicende alla nostra sinistra non si ferma al Pd!) su scala locale. Se infatti un leader nazionale forte e molto visibile comporta dei rischi, ma indubbiamente rappresenta anche una grande potenzialità, ai livelli regionali e locali il fenomeno della personalizzazione accentua gli elementi di criticità. Infine, posso sbagliare ma direi che Renzi negli ultimi mesi - nonostante la schiacciante vittoria nelle primarie - abbia colto anche i limiti di una gestione troppo solitaria del partito. Forse non è un caso che ci si appresti a "festeggiare" il decimo compleanno del Pd con altri dirigenti, a segnalare che il Partito Democratico è il frutto di un percorso collettivo, di molte storie, di molti protagonisti e di molte idee. In ogni caso da leggere, come sempre.

 

di Ilvo Diamanti

9 ottobre 2017- Il Partito democratico compie (quasi) dieci anni. Il 14 ottobre del 2007 si svolgevano, infatti, le primarie per l' elezione dell' Assemblea costituente. E del segretario. Le primarie rappresentano, dunque, il "rito fondativo" del Pd, per citare la formula coniata da Arturo Parisi. Insieme a Prodi, il sostenitore più determinato - e determinante - del passaggio dall' Ulivo dei partiti al partito dell' Ulivo. Un soggetto politico unitario del centrosinistra (senza trattino) capace di aggregare i principali partiti che avevano accompagnato la storia della Prima Repubblica: Dc e Pci.
Per allargarne i confini. Da allora, molto tempo è passato e molte cose sono cambiate. Mi limito a indicarne due. La "scissione" recente delle componenti - e di alcuni leader - di sinistra, che ne ha mutato l' identità originaria. E la progressiva personalizzazione, che ha segnato il passaggio da Pd a PdR.
Tanto più dopo le primarie (stra)vinte da Matteo Renzi, lo scorso fine aprile.
C' È PERÒ un aspetto, meno dibattuto, che vale la pena di analizzare.
Perché, a mio avviso, ha contribuito e contribuirà a modificare ulteriormente l' identità del PD. Ma, soprattutto, la sua capacità di interpretare un progetto. Di agire da "spina dorsale di un sistema malato", come ha scritto di recente, su queste pagine, Ezio Mauro. Mi riferisco alla struttura sociale della base attiva.
Coinvolta nelle Primarie. Riguarda, soprattutto il profilo dell' età. Infatti, il PD compie 10 anni, ma, in realtà, ne (di)mostra molti di più.
È invecchiato, soprattutto negli ultimi anni. Un aspetto significativo, che va tenuto sotto osservazione. Da chi si riconosce nel PD. Ma non solo.
Anche se, considerando le intenzioni di voto "politico", emergono indicazioni più articolate. Il PD (Demos, settembre 2017) ottiene, infatti, consensi molto maggiori rispetto alla media fra gli "anziani" (con oltre 65 anni). Ma anche fra i più "giovani" (sotto i 30 anni). Presso i quali il PD "compete" con il M5s. Che, invece, cala sensibilmente fra gli "anziani". PD e M5s, secondo i sondaggi, risulterebbero i partiti più "votati", in questa fase.
È significativo che entrambi si affidino alle primarie, per selezionare i propri candidati.
E, nel caso del M5s, per scegliere il leader. Naturalmente, interpretano due modelli diversi. Anzi: alternativi. Come rivelano i metodi utilizzati per le Primarie. Online, in-rete, nel caso del Movimento 5 Stelle. Un non-partito anti-partito, che tende a distanziarsi dagli altri. Anche nelle forme di partecipazione. Dall' altro lato, il PD. Erede dei partiti di massa.
Che, per questo, adotta metodi di partecipazione più tradizionali. Le Primarie costituiscono il tentativo di superare il passato. Adottando il modello utilizzato negli USA. Non per caso, per il PD, viene evocata la "via americana". Con la differenza, decisiva, che in Italia le (sue) Primarie avvengono nel solco dei partiti storici, che facevano della partecipazione un metodo di radicamento sul territorio.
Per questo è particolarmente interessante osservare come sia cambiata la partecipazione nel corso del tempo. Dal 2007 ad oggi, nel 2017. Anzitutto dal punto di vista della base coinvolta. Che si riduce progressivamente. In modo molto rilevante. Da oltre 3milioni e 550mila elettori (militanti), nel 2007 (quando si afferma Veltroni), si scende, infatti, a 3 milioni e 100mila, nel 2009 (affermazione di Bersani). Nel 2013 l' affluenza si ridimensiona ancora: 2 milioni e 800mila. Quest' anno, infine, scivola di circa un milione.
E si attesta intorno a 1 milione e 800 mila. È interessante osservare come il calo più sensibile, per non dire il crollo, della partecipazione avvenga con l' avvento di Matteo Renzi. L' innovatore. Anzi: il "rottamatore". Il quale, lo scorso aprile, trionfa con il circa 70% dei voti. Eppure non riesce a frenare il disincanto politico, che consuma la passione verso i partiti. Ma soprattutto il PD. Perché il PD resta "l' ultimo partito", come recita il titolo di un interessante saggio di Paolo Natale e Luciano Fasano, appena pubblicato (da Giappichelli). Insieme all' ampiezza, cambia, in modo significativo, anche la struttura della partecipazione. Soprattutto, riguardo all' età. Se ci limitiamo alle due ultime consultazioni, l' evoluzione appare evidente. I votanti più giovani (16-34 anni) scendono dal 19%, nel 2013, al 15% nel 2017. Ma, soprattutto, nelle Primarie, è la quota di elettori "anziani" (65 anni e oltre) a crescere in misura rilevante: dal 29% nel 2013, al 42% nel 2017. Mentre, per quel che riguarda il voto al PD alle elezioni politiche, dal 2007 al 2017 (stime Demos) l' incidenza delle classi di età più giovani (18-34 anni) e anziane (65 anni e oltre), appare costante. Rispettivamente, intorno al 23-24%, i giovani, e al 40%, gli anziani.
Questi dati suggeriscono come sia in atto un cambiamento sensibile nella base del PD.
Sta invecchiando. In misura molto più rapida e sensibile rispetto alla popolazione - e all' elettorato nell' insieme.
Ma se il partito riesce ancora a intercettare il voto dei più giovani, in misura perfino superiore alla media, non riesce, però, ad appassionarli. I "giovani- adulti" (30-40enni), d' altronde, sono sempre più attratti dal M5s. Così, alle Primarie, come abbiamo osservato alcuni mesi fa, si è recato un "popolo dai capelli grigi" (o con pochi capelli). Affiancato e accompagnato, talora, dai figli (e dai nipoti). E ciò proietta ombre inquietanti sul futuro. Perché è vero che la partecipazione attraverso i partiti è in declino.
Ma senza partecipazione i partiti non hanno speranza.
Tanto più i partiti che hanno una storia radicata nella società e nel territorio. Come il PD.
Per loro, oggi, la "rete" è utile, anzi necessaria. La televisione: inevitabile. Ma non possono bastare. Parallelamente, la "personalizzazione" procede senza sosta. Tanto più in tempi di "democrazia del pubblico". Di "democrazia digitale".
Ma rischia di diventare deleteria. Trasformarsi in un "Partito personale", nel "Partito del capo" (per citare le note definizioni di Calise e Bordignon), diventare PdR. Distaccarsi dalla società e dal territorio.
A dispetto dei propositi di rottamazione: significa "invecchiare". Perdere il futuro.

Marina Sereni, 2009-2015