Marina Sereni
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HO LETTO SU...IL FOGLIO
CERASA: "Cosa può fare l'Italia
per smetterla di parlar male di sé"

"I dati del Censis dicono che il Paese cresce, l' economia migliora, la produzione industriale vola, ma dicono anche che nonostante tutto il rancore in Italia cresce (...) Un Paese fondato sull' anti sistema, dove l' agenda anti casta viene spacciata come la più importante frontiera del riformismo,   e (...) ciò che è percepito diventa più importante di ciò che è reale". Il direttore de Il Foglio ci invita a smetterla di parlare male del nostro Paese. Ecco l'articolo di Luciano Cerasa che, riprendendo Leoparli, fa il parallelo con la Francia.

 

di Luciano Cerasa

 

 

4 dicembre 2017- In estrema sintesi, la tesi di Leopardi era questa: a differenza dell' Italia, la Francia gode di un nucleo ristretto sociale che riesce a trasformare la difesa dei propri interessi nella difesa degli interessi del paese. In una società stretta, il bene dell' élite coincide con il bene di un paese e laddove non esiste una società stretta "gli uomini sono avvezzi a disonorare gli altri poiché ciò non comporta alcuna conseguenza per loro e tendono a trasformare l' onore nel principio regolatore delle proprie relazioni. In una società che sceglie di non essere stretta, invece, la mancanza d' amor proprio provoca lo scarso o nullo rispetto di sé, dunque degli altri". Se ci si pensa bene questo discorso sull' Italia, oggi, vale ancora di più rispetto al passato e per capire la ragione è sufficiente pensare alla fase particolare in cui ci troviamo oggi. Si potrebbero prendere i dati del Censis - che dicono che il paese cresce, l' economia migliora, la produzione industriale vola, ma che dicono anche che nonostante tutto il rancore in Italia cresce - per capire che un paese fondato sul l' anti sistema, dove l' agenda anti casta viene spacciata come la più importante frontiera del riformismo, tende in modo quasi naturale a far diventare ciò che è percepito più importante di ciò che è reale. Ma per capire la profonda diffidenza che ha l' Italia di fronte alla parola "sistema" tutto questo non basta. E in fondo ci deve essere qualcosa di più, di più profondo, se un paese tutto sommato sano, tutto sommato in crescita, tutto sommato attivo, tutto sommato solido, tutto sommato in miglioramento si ritrova (sta succedendo davvero) a portare in campagna elettorale un tema che non dovrebbe essere più trattato come un problema: le banche. Passeggi in Francia, vai in edicola, compri i giornali, leggi le pagine economiche e ti accorgi che, fuori dall' Italia, i problemi di cui discute l' Italia non sono problemi. Sei mesi fa Les Echos, il principale quotidiano economico della Francia, scriveva che le banche italiane sembravano sull' orlo di un collasso (lo scrisse Olivier Tosseri il 6 giugno). Oggi invece, nelle stesse ore in cui l' Italia processa il suo passato (Visco, Etruria, Bankitalia, Commissione bancaria), lo stesso quotidiano che aveva previsto una situazione rischiosa per il sistema bancario italiano dice che no: "Les banques italiennes entrevoient le bout du tunnel". Possiamo stupirci poi se il paese che conquista l' Eba, le Olimpiadi, l' Unesco, i Mondiali di rugby, forse la Commissione europea, forse la Bce sia lo stesso paese che sa contrapporre agli istinti anti sistema la forza del sistema? Ma forse se ci si pensa bene basterebbe anche meno per capire di cosa stiamo parlando. Per esempio: perché l' Italia in Europa nonostante abbia così tanti italiani forti (Draghi, Tajani, Mogherini) non riesce a trarre benefici dalle sue potenzialità di sistema? Detto in altri termini: perché l' Italia non riesce a considerare l' interesse nazionale come un interesse sul quale costruire l' identità di un paese? Uscirne così da un giorno all' altro non è possibile e non è fattibile così come non è pensabile e realizzabile immaginare nel giro di pochi anni una nuova riforma costituzionale capace di ridisegnare il perimetro istituzionale italiano. Ma se concordiamo tutti nell' indivi duare nell' incapacità di fare sistema e di costruire un sistema competitivo con quello degli altri paesi uno dei principali limiti dell' Italia di oggi, bisogna ancora una volta riavvolgere il nastro, tornare alla Francia, tuffarsi negli anni Quaranta e rileggersi una frase famosa scolpita sulla roccia dal generale De Gaulle il 9 ottobre del 1945, tredici anni prima di vedere approvata la riforma costituzionale che ha cambiato la Francia. Fu la frase con cui De Gaulle spiegò perché alla Francia, subito dopo la caduta della Repubblica fascista di Vichy, serviva una classe amministrativa unitaria capace di mettere insieme quella che Leopardi avrebbe forse chiamato la società stretta: "La scuola insegnerà loro le tecniche della vita amministrativa e politica; cercherà anche di sviluppare in loro il sentimento degli alti doveri che il servizio pubblico comporta e i mezzi per soddisfarli bene". In molti non lo sanno ma nella primavera del 1997, Romano Prodi, allora presidente del Consiglio, chiese a un gruppo di esperti guidati dal professor Giavazzi di immaginare di riprodurre in Italia l' École nationale d' administration. Il progetto venne presentato nel dicembre del 1997, fu poi accantonato, venne sostituito dalla scuola superiore della pubblica amministrazione, poi ancora sostituita della scuola nazionale di amministrazione. Nel corso degli anni qualcosa si è fatto ma nessuno ha mai ripensato a come trasformare la scuola nazionale di amministrazione non in una ridotta di burocrati ma nel simbolo dell' eccellenza di un paese. Vent' anni dopo quel progetto curato da Giavazzi è ancora molto attuale e per questo nei prossimi giorni il Foglio ve lo racconterà. Se vogliamo imparare a fare sistema, e avere la nostra società stretta, forse bisogna partire da qui: dal trasformare la burocrazia non in un male da estirpare ma nel valore aggiunto dell' identità di un paese.

Marina Sereni, 2009-2015