Marina Sereni
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"LE MAESTRE DEL CAMPO
DI PALABEK"
Un gruppo di insegnanti prova a dare un futuro ai bambini sfuggiti dai massacri in Sud Sudan. Vi segnalo il reportage di Alessandra Muglia da Il Corriere della Sera.

Tutti i giorni arrivava in classe con ore di ritardo, Adyero. E a volte non arrivava affatto. «Un giorno l' ho presa da parte: "Cosa c' è che non va?", ho chiesto. Adyero è scoppiata a piangere: "Devo accudire i miei fratelli, sono fuggita qui con loro dopo che hanno massacrato i miei genitori davanti ai miei occhi". Cercavo le parole per consolarla: "Puoi contare su di me, se studi una nuova vita è possibile", le ho detto».

Sussurra Concy Alawa, 27 anni, lo sguardo perso nell' orizzonte tra la terra rossa e il verde della savana, mentre racconta dei suoi primi tre mesi da maestra nel campo di Palabek, l' ultimo insediamento per sfollati nato in Uganda, appena sotto il confine con il Sud Sudan, in una zona raggiunta dai migranti pochi mesi fa, dopo che le altre aree più a ovest si sono saturate. Concy, treccine afro raccolte in alto e impreziosite da una coroncina di lustrini e abito a ruota con motivi floreali batik, insegna in una classe di 196 bambini. Sono per lo più sudsudanesi, ma di tribù diverse. Alcuni di loro, mai andati a scuola, non parlano inglese. «Per fortuna ci sono due colleghe rifugiate, quando non ci capiamo ci danno una mano». Ma la parte più impegnativa del lavoro per Concy arriva a fine lezione: ogni giorno tenta di avvicinare uno di loro e rompere il silenzio che strozza queste vite. Molti arrivano da oltre confine come Adyero e come lei hanno ancora l' orrore negli occhi. Altri invece sono di qui. Perché a Palabek le tende bianche dei rifugiati sono sparse tra le capanne dei locali. E anche i figli dei residenti frequentano le sei scuole nate grazie alle risorse mobilitate a livello internazionale per gestire questa emorragia umana: nel Paese con più profughi in Africa e tra i primi al mondo (sono 1 milione e 400 mila, più della metà bambini) ne arrivano in media 500 al giorno, quanti ne sono approdati in un mese, a gennaio, in Italia. Scappano dalle violenze e dalle fame innescate da un conflitto politico poi diventato etnico e uscito dai radar internazionali, con oltre 50mila persone sterminate in quasi 5 anni. Tra le vittime i papà di due alunni di Stella Aloya Oryang, preside di una scuola del campo, capelli stirati e gonna tubino all' occidentale. «In classe avevo un bambino e una bimba sudsudanesi che litigavano sempre», ricorda lei in un' aula vuota a pochi giorni dalla ripresa delle lezioni dopo le vacanze. «Una mattina ho scoperto che tutto partiva da casa. Il padre del piccolo, un dinka, aveva partecipato all' uccisione del papà della bambina, di un' etnia rivale, ed era poi stato ammazzato a sua volta. Ho convocato le madri, le ho invitate a non coinvolgere i piccoli, a non portare la guerra anche a scuola. In tre mesi ho visto tanti cambiamenti, è per questo che sono venuta», dice Stella che ha lasciato in città i suoi quattro figli - l' ultimo di 4 anni - e un posto meglio retribuito. «Mi sento molto coinvolta quando riesco a portare un po' di speranza a qualcuno che l' ha persa», spiega. «Restano bambini molto reattivi, basta un niente per innescare una rissa e vederli scontrarsi divisi per tribù», interviene Ronald Odera, 27 anni, uno dei pochi maestri maschi a Palabek. Anche lui ha lasciato moglie e figlioletto di un anno a Kitgum, cittadina di 35mila anime a due ore da qui. Così pure Concy, i suoi due bambini piccoli li ha affidati a una babysitter e li raggiunge nel fine settimana in matatu, il minibus locale. Dal lunedì al venerdì le insegnanti vivono come gli sfollati: lontane da casa, alcune in tende, a volte costrette a macinare chilometri a piedi per recarsi a scuola visto che il campo è esteso. «Rifugiate» per scelta. Motivi diversi, ma accumunati da un desiderio: aiutare chi scappa dalla guerra. «Ci sono passata anch' io, tra il 1997 e il 2006 siamo stati sfollati qui vicino», dice Concy. Quest' area nel Nord del Paese è quella segnata dalle atrocità compiute dai ribelli di Kony e tutti ne portano le cicatrici. In quegli anni il governo aveva spostato interi villaggi in campi speciali per isolare i guerriglieri. Campi non protetti, anche lei era stata rapita: «Ma quel giorno volevano solo maschi e mi hanno rilasciato subito, sono stata fortunata». A Stella avevano preso la mamma quando aveva 7 anni, ed è rimasta senza di lei per 10 anni, «ma anche di più, perché una volta tornata era strana, aveva perso la ragione». Concy, Stella e le altre maestre ugandesi accarezzando il dolore degli altri alleviano anche il proprio. Con uno sguardo al futuro: considerano questo lavoro un' opportunità professionale. «Non siamo mai state così monitorate, non abbiamo mai fatto così tanti training e workshop», dicono. Sono state arruolate nell' ambito di «Education cannot wait», il progetto avviato a settembre da Fondazione Avsi con fondi Unicef che ha portato banchi, libri e quaderni ai bambini, e corsi di formazione (e stipendi) alle maestre di tre scuole elementari. Ora sono in corso nuove selezioni. Si sono presentate in 150 per 15 posti. Anthony Iawot, responsabile locale del progetto, sta conducendo i colloqui preliminari. Chiede come intendano gestire bambini difficili, testardi, a volte violenti, oppure assenti. Per le prescelte ci saranno corsi di formazione, ma resta un lavoro non facile. All' inizio a Palabek le lezioni si svolgevano sotto i manghi come riparo dalla canicola appena sopra l' Equatore ed erano tenute da volontari. Poi sono arrivati i ripari in bambù e lamiera. Infine tre di queste strutture temporanee in tre mesi sono state rimpiazzate da edifici in mattoni. E un quarto sta per essere ultimato. I lavori fervono. Del resto la comunità ospitante ha accettato di cedere il proprio terreno in concessione al governo per la creazione del campo in cambio di infrastrutture e servizi. Scuole, ma anche ospedali, market, strade. È il modello Uganda. Nel Paese guidato da Museveni da oltre trent' anni, gli ultimi 15 con il pugno di ferro, agli sfollati vengono distribuiti piccoli appezzamenti di terra per vivere e concessa la possibilità di circolare liberamente, cercare lavoro o avviare attività. Una speranza all' orizzonte per le altre migliaia di Adyero in arrivo.

Marina Sereni, 2009-2015