• Marina Sereni

    Viceministra degli affari esteri
    e della cooperazione internazionale

  • Marina Sereni

    Viceministra degli affari esteri
    e della cooperazione internazionale

  • Marina Sereni

    Viceministra degli affari esteri
    e della cooperazione internazionale

  • Marina Sereni

    Viceministra degli affari esteri
    e della cooperazione internazionale

  • 29 settembre 2022

    SCONFITTA COCENTE, SBAGLIATO RIPARTIRE DAI NOMI

    Le prime pagine dei giornali sono piene di riflessioni sulle ragioni della sconfitta del Pd. Una sconfitta dolorosa e cocente che tuttavia credo vada letta prima di tutto nei numeri. Confrontando i dati con le precedenti elezioni politiche del 2018 il Pd – che nel frattempo ricordo ha subìto la scissione di Italia Viva – ha di poco migliorato la sua percentuale mentre ha perso voti in assoluto, per la verità molto meno di altre forze – come ad esempio i 5S – che pure passano per essere “vincitori” di questa tornata.


    Avere la precisa consapevolezza di essere il secondo partito italiano e il primo dell’opposizione è indispensabile, se non altro per rispondere da subito con alcune proposte in Parlamento alla domanda di rappresentanza di quella porzione dell’elettorato che ci ha consegnato la sua fiducia. Ciò non significa però edulcorare la sconfitta: non possiamo essere assolutamente soddisfatti della nostra percentuale perché la lista del Pd comprendeva anche altre forze – Art.1, il Psi, Demos – e perché le precedenti elezioni amministrative avevano fatto sperare in un trend a noi più favorevole. La distribuzione geografica e sociale del voto al nostro partito conferma poi una difficoltà non nuova: abbiamo consensi tra i ceti medio-alti, le persone istruite, le aree urbane mentre siamo sempre meno considerati nelle fasce sociali meno abbienti e garantite, nelle periferie, nei centri minori. Lo stesso insediamento nelle cosiddette “zone rosse” – dopo la perdita di Umbria e Marche degli anni scorsi – appare indebolito in Toscana e in Emilia Romagna.


    Infine, se diamo uno sguardo ai numeri delle forze alternative alla destra, dobbiamo riconoscere – sconsolati – ciò che in larga misura conoscevamo già: con questo sistema elettorale si vince solo unendosi prima delle elezioni. Un campo largo delle forze progressiste sarebbe stato competitivo e avrebbe potuto fermare la destra. Ciò che ci è riuscito nelle elezioni amministrative non ci è riuscito per l’appuntamento più importante. E’ vero che la drammatica conclusione della legislatura – con l’assurda decisione del M5S di far cadere il Governo Draghi – ci ha precipitato in uno scenario inaspettato ma con onestà intellettuale dobbiamo domandarci se anche noi abbiamo valutato fino in fondo le conseguenze di presentarci agli elettori senza una coalizione unitaria ampia. Non tutto è dipeso da noi, come testimonia l’asprezza delle parole contro il PD che in campagna elettorale abbiamo ascoltato sia da Calenda/Renzi sia da Conte, ma noi eravamo (e siamo) gli unici che potevano tessere una proposta unitaria più larga. Questo tema resta sul tavolo anche per il futuro.


    Ma… ma il risultato e soprattutto la fatica che abbiamo sentito in campagna elettorale ci dice che ora dobbiamo parlare di noi. La nostra identità è apparsa sfocata, non riconoscibile, e questo ha fatto sì che i 5S potessero accreditarsi a sinistra, soprattutto al Sud, (ma la sinistra può riassumersi in Reddito di Cittadinanza e no ai termovalorizzatori?) mentre Azione/IV, soprattutto nel Centro-Nord, ha attratto nostri potenziali elettori alzando la bandiera del riformismo (ma il riformismo può riassumersi nell’Agenda Draghi?). Qualcuno come Calenda teorizza che il Pd sia destinato a scomparire.


    La dico in termini brutali: per la prima volta un’OPA ostile nei nostri confronti è in campo e noi non siamo sicuri di saperla respingere. Se questa chiave di lettura si avvicina alla realtà del problema che dobbiamo affrontare può un congresso ordinario essere la strada per trovare la risposta? Personalmente penso proprio di no, e confesso di leggere con un certo fastidio il moltiplicarsi di candidature, vere o presunte, come se una nuova leadership ci esonerasse dal fare la fatica di rimotivare e rifondare l’idea da cui è nato il Partito Democratico. Per me il nodo è questo: c’è ancora bisogno di un partito della sinistra riformista? La mia risposta è sì. Per combattere le diseguaglianze sociali, per dare dignità e valore al lavoro, per salvare l’ambiente e ridisegnare il paradigma dello sviluppo nel segno della sostenibilità, per dare nuova linfa alla democrazia nel tempo delle nuove tecnologie, per far avanzare i diritti civili e promuovere un nuovo spirito di comunità, per costruire un’Europa più forte nel mondo inquieto di oggi serve una sinistra democratica, progressista, riformista che sappia unire culture e soggettività diverse e conquistare i cuori e le menti della maggioranza degli italiani. Il Pd era nato con questa ambizione ma oggi siamo ad un bivio: o rilanciamo e rifondiamo una identità forte oppure il rischio di dissoluzione si fa concreto. Per queste ragioni credo sia necessario un percorso di confronto e di dialogo aperto alla società, alle competenze, al mondo del Terzo Settore, al civismo prima di arrivare alla scelta della nuova leadership. Dobbiamo discutere su cosa vogliamo essere, su chi vogliamo rappresentare, sul perché siamo percepiti (o forse siamo davvero) così distanti dalle persone che hanno meno opportunità. Dobbiamo rompere rendite di posizione e dare vita ad un nuovo inizio partendo dai territori e dal sociale.


    Spero che la riunione della Direzione Nazionale convocata per il 6 ottobre si soffermi su questo chiedendo al Segretario Letta, che ha guidato questa fase difficile con grande dedizione e generosità, di aiutarci a disegnare una traiettoria forse un po’ più lunga e meno scontata ma certo più utile di quella di una mera conta sul nome del prossimo/prossima Segretario/Segretaria.

Media

  • “Intervenire in Africa prima che inizino le morti per fame”

    Intervista rilasciata all"Agenzia Nova, a margine della mia missione a New York, per la 77/ma Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Diario