Marina Sereni
Marina Sereni
<b>941</b> Ore. <b>22%</b> Totale sedute
<b>34</b> Eventi da me promossi
<b>142</b> Interventi a Montecitorio
<b>128</b> Impegni in Italia
<b>55 </B> Missioni e incontri internazionali
10-10-2014
RELAZIONI INTERNAZIONALI
"PROTEGGERE LA PERSONA UMANA, COSI' E' CAMBIATO IL DIRITTO"

 

Il ruolo del diritto internazionale nelle relazioni internazionali

 

Conferenza del Gruppo italiano di Parliamentarians for Global Action

 

Intervento dell’on. Marina Sereni,

Vicepresidente della Camera dei deputati

 

(Roma, Sala del Mappamondo, 6 ottobre 2014)

 

Sono particolarmente lieta d’intervenire a questa conferenza promossa dal gruppo italiano di Parliamentarians for Global Action (PGA) che costituisce un’occasione fondamentale di riflessione e di confronto sull’evoluzione del diritto internazionale nel quadro delle relazioni internazionali.

La scelta della tematica – che è in stretta relazione con i lavori del Forum mondiale di PGA di dicembre prossimo – e l’autorevolezza degli interventi testimoniano a mio parere come sia cresciuta in questa legislatura l’attenzione e la consapevolezza, da parte dei parlamentari italiani, per la dimensione globale ed internazionale del proprio lavoro, per l’intreccio sempre crescente tra i processi decisionali nazionali e le scelte poste in essere dalla Comunità internazionale.

E’ in atto a partire dalla fine della Guerra fredda  una nuova fase del diritto della Comunità internazionale: è in atto un superamento del “diritto internazionale classico”, formato essenzialmente da norme stato-centriche, intese cioè a tutelare ed a contemperare gli interessi statuale, che pur restando in gran parte attuale anche nelle relazioni internazionali del nostro tempo ha via via progressivamente lasciato uno spazio ad un diritto internazionale, formato da norme tese a proteggere soprattutto la persona umana.

In questa prospettiva credo che la categoria dei “diritti umani” abbia svolto un’influenza fondamentale nel delineare nuovi paradigmi del diritto della Comunità internazionale: basti pensare alla lunghissima traiettoria compiuta, nel diritto e nella prassi internazionali, dal processo di Norimberga in poi, dall’internazionalizzazione dei giudizi penali in cui fossero coinvolti autori di crimini di guerra e contro l’umanità, i responsabili cioè di crimini internazionali, dal genocidio, alla riduzione in schiavitù, alla tortura fino agli atti di terrorismo, in quanto idonei a provocare sofferenze gravi ed in quanto facenti parti di un attacco “esteso e sistematico” contro una popolazione inerme, anche se commesso da gruppi privati.

A questo primo cambiamento di paradigma, che riguarda il contenuto tipico delle norme, si aggiungono altre due rilevantissime innovazioni: l’ampliamento dei destinatari formali del diritto internazionale, che prima erano soltanto gli Stati e le organizzazioni internazionali ed oggi sono anche gli individui e le vaste categorie di attori non statali.

Il terzo cambiamento, anch’esso fortemente influenzato dall’emergere della protezione internazionale dei diritti umani, è rappresentato dal cosiddetto processo di “verticalizzazione” del diritto internazionale: la nascita e l’affermazione di interessi collettivi degli Stati e di valori fondamentali della Comunità internazionale, protetti nel suo insieme, fino all’emergere del principio della Responsability to Protect (RtoP).

Non a caso la Comunità internazionale si interroga oggi sulla portata di questo nuovo principio del diritto internazionale, affermato nel Summit mondiale delle Nazioni Unite del 2005: in un rapporto del 2013, State Responsability and Prevention il Segretario generale dell’ONU ha posto l’accento sulla necessità di valorizzare il ricorso alla cosiddetta “diplomazia preventiva” per intervenire nella fase iniziale dei conflitti, intesa come l’insieme degli  strumenti che la Comunità internazionale può attivare al fine di prevenire la messa in atto di gravi violazioni dei diritti fondamentali.

Un ulteriore fattore di novità rispetto al diritto internazionale classico è rappresentato dal processo di progressiva integrazione, comunicazione ed armonizzazione tra diritto internazionale e diritti statali, di cui noi parlamentari siano non soltanto testimoni ma partecipi attori con le nostre scelte legislative.

Il diritto costituzionale si va sempre più internazionalizzando sotto la spinta della globalizzazione attraverso percorsi differenziati: penso non soltanto alla ricaduta sul nostro ordinamento dei numerosi trattati con i quali il nostro Paese si impegna in azioni e progetti con altri Stati, che spesso hanno rilevantissime implicazioni economiche e sociali, ma anche al percorso giurisdizionale di globalizzazione del diritto, segnato dall’avvento del “dialogo costituzionale” tra corti internazionali e di altri Stati in nome dei diritti.

Ancora più innovative appaiono le nuove frontiere del diritto internazionale pattizio caratterizzate dall’adozione di modalità contrattuali – quasi “mercatiste” per certi versi – volte alla gestione multilaterale di grandi problematiche internazionali, come nel caso del Trattato di Kyoto che, a partire dalla fissazione di una soglia di inquinamento globale ammessa, rende possibile agli Stati la compravendita di voucher per l’inquinamento secondo una modalità già sperimentata nella legislazione statunitense.

Proprio queste tendenze globalizzanti devono rendere più forte nelle leadership politiche nazionali la consapevolezza che – a fronte di vicende come la grande crisi finanziaria apertasi nel 2008 – l’epoca della cosiddetta “globalizzazione felice” si è conclusa e che al contrario si impone la necessità di governare l’economia mondiale e che per farlo abbiamo bisogno  dello jus gentium.

Lo stiamo già facendo con strumenti di ogni tipo e nel quadro di svariate organizzazioni internazionali (dalle Nazioni Unite, all’Organizzazione internazionale del lavoro, all’OCSE all’Unidroit) ed in molti dei settori più esposti ai processi di globalizzazione: in materia di cooperazione allo sviluppo, di lotta alla corruzione, di responsabilità sociale di impresa, di protezione dell’ambiente, di promozione di buone pratiche virtuose da parte delle imprese.

Per questi motivi non concordo con quanti – anche autorevolissimi giuristi – parlano di superamento dello Stato nell’età della globalizzazione: assistiamo in realtà alla crisi di un modello di Stato, quello novecentesco, ma lo Stato democratico rappresenta ancora il quadro istituzionale insostituibile per affrontare le immense sfide sociali dell’oggi.

Per rispondere al puzzle di una società mondiale sempre più interconnessa ed interdipendente è dunque essenziale – come ha lucidamente notato Jürgens Habermas – che le classi politiche sappiano dare legittimazione democratica ai processi di globalizzazione, non solo attraverso i canali tradizionali – ma oggi insufficienti – dello Stato di diritto ma anche sperimentando nuove forme di partecipazione politica, di accesso e di monitoraggio delle scelte poste in essere dalla governance internazionale.  

Marina Sereni, 2009-2015