Marina Sereni
Marina Sereni
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27-02-2015
70 ANNIVERSARIO DELLA BATTAGLIA DI FABBRICO
MAI DIMENTICARE IL CAMMINO CHE ABBIAMO FATTO
Su invito di Maurizio Terzi, Sindaco di Fabbrico (Reggio Emilia), ho partecipato questa mattina alla celebrazione del  70° anniversario della battaglia partigiana del 27 Febbraio 1945. Il Comune di Fabbrico è stato decorato di medaglia di bronzo al valor militare per il sacrificio e il coraggio dimostrato dalla popolazione durante la lotta di liberazione. La battaglia partigiana che si tenne in quella data rappresenta la rinascita dalla dittatura e dall’occupazione nazifascista ed è identificata da tutti come il caposaldo dello spirito democratico e del riscatto civile di quella comunità. La celebrazione di questo anno é inserita in un percorso più ampio di iniziative dal tema “Memoria e legalità 2015”. Di seguito il mio intervento…

 

Cerimonia commemorativa del 70° anniversario della battaglia di Fabbrico Intervento della Vice Presidente della Camera dei deputati, Marina Sereni

Signori delle Autorità, care amiche e cari amici, uno dei più grandi poeti del Novecento, Jorge Luis Borges, scrisse una volta che “è la memoria che ci fa esistere: senza di essa ci si avvia verso una sorta di amnesia finale in cui non sappiamo più da dove siamo venuti, che cosa ci ha segnato, e in definitiva chi siamo stati”.
Ecco, noi oggi siamo qui – ed io vi ringrazio davvero molto per avermi invitata – proprio perché sentiamo forte il dovere di ricordare. Di non dimenticare mai il cammino che il Paese e le nostre istituzioni hanno compiuto. E quanto furono duri, e dolorosi, i passi fatti, settant’anni fa, per riconquistare ciò che di più caro esiste, per una persona e per un popolo intero: la libertà. 
Quella persa a causa di una guerra sciagurata voluta dal regime fascista. Una guerra iniziata con promesse solenni di gloria e di benessere e finita nel modo più doloroso ed umiliante. Con il nostro esercito in rotta. Con metà del nostro territorio nazionale occupato da una forza straniera guidata da un’ideologia fatta di razzismo e di antisemitismo, di odio e di volontà di dominio. Con tutta una popolazione sottoposta a privazioni e stenti, a sofferenze e lutti.
Ne sono testimonianza, purtroppo, i fatti avvenuti proprio in questa terra nei durissimi mesi che separarono l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre, l’inizio della Resistenza, e il momento della Liberazione.
Oggi ne ricordiamo uno in particolare, rimasto scritto nelle pagine della nostra storia come la “battaglia di Fabbrico”. Persero la vita tre partigiani e un civile, un ostaggio. Un episodio duro, crudele. E al tempo stesso uno di quei momenti che diedero la prova di come la determinazione dei partigiani nell’affiancare l’avanzata degli Alleati e nel combattere per liberare l’Italia avrebbe avuto la meglio rispetto ad ogni altra forza contrapposta.
La loro è la storia di una generazione, di tanti giovani che ebbero il coraggio di fare una scelta che avrebbe cambiato la vita loro e dell’Italia. La storia di tante ragazze e tanti ragazzi che scelsero di non lasciarsi vivere, di non pensare alla vita come una chiusura in se stessi.
Avevano diversi ideali, erano partigiani comunisti e socialisti, azionisti, cattolici, liberali, anche monarchici. Ma tutti fecero quella scelta, pagando in prima persona, perseguitati e condannati nelle carceri fasciste, torturati e uccisi.
E non dimentichiamo mai, in una terra dove i partigiani delle “Brigate Garibaldi” si distinsero più che altrove, che ci furono moltissimi altri ragazzi come loro, in divisa, che scelsero di non cedere le armi e per questo persero la vita, come accadde per la divisione Acqui a Cefalonia,  o per i marinai della corazzata “Roma”.
Lo ripeto: non possiamo e non vogliamo dimenticare. Per questo siamo qui oggi. Per ricordare quel che accadde il 27 febbraio di settant’anni fa. E per continuare a distinguere.
Perché una memoria comune, condivisa, è la base fondamentale di una comunità. Ma proprio per questo non si possono far cadere in una generica  “indistinzione” le scelte di allora, come se fosse possibile porre sullo stesso piano chi sosteneva – e metteva drammaticamente in pratica – ideologie antidemocratiche e antisemite e chi invece si batté per riconquistare, in Italia e in Europa, la libertà e la democrazia che quei regimi avevano calpestato.
Lo sottolineò proprio qui a Fabbrico, in una cerimonia come questa tenutasi quattordici anni fa, colui che allora era il Ministro della Difesa e oggi è il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “Il sincero e diffuso radicamento nel Paese dei valori della libertà, della democrazia, della tolleranza”, disse quel giorno il Presidente, “ci consente, oggi, di guardare con sentimenti di pietà verso i lutti, le traversie, le tragedie di quel travagliato periodo della nostra storia. Ma non dobbiamo mai smarrire il senso degli avvenimenti e della verità storica ed il filo della vicenda politica, civile e culturale che, dopo il 1945, ha portato l’Italia ad avviarsi su un percorso nuovo della sua pur millenaria storia”.
È così. Le parole del Presidente Mattarella insegnano che c’è l’umana pietà e c’è la verità storica. Da questo secondo punto di vista nessuna equiparazione è possibile.
E d’altro canto la memoria è una corda fatta di fili che si intrecciano, ma che non possono confondersi in modo indistinto. Le scelte che allora furono fatte, le loro ragioni, restano dunque assai differenti.
Da una parte c’era la vergogna delle leggi razziali, c’era chi precipitò l’Italia in guerra, chi collaborò alle stragi naziste, alle rappresaglie e alle deportazioni, chi condivise le tremende responsabilità del massacro delle Fosse Ardeatine, di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema.
Dall’altra c’era chi scelse di prendere parte alla lotta di liberazione e di rischiare di morire per la conquista della democrazia e il raggiungimento di una libertà che la dittatura fascista aveva negato, impedendo agli italiani di votare e di riunirsi in partiti e libere associazioni, dicendo loro cosa poteva essere stampato e letto, chi poteva avere una cattedra per insegnare e chi no, cosa si poteva dire e cosa no.
Una sola era la parte giusta. Il rispetto dovuto a tutti i caduti non può in alcun modo cambiare questa verità. E’ lì, nella Resistenza, che affonda le sue radici la nostra Repubblica. E’ grazie a quella rinascita civile e morale che si sono potuti affermare i principi fondamentali della nostra Costituzione.
Non dimenticare tutto questo è fondamentale anche e soprattutto nei confronti dei giovani, delle nuove generazioni.
La cultura contemporanea è piena di effimero, di immagini e suoni che mettono enfasi solo sul presente, e che ci invitano a consumarlo in fretta, senza fermarci, senza pensare. Dobbiamo allora esortare, soprattutto i ragazzi, a non essere indifferenti, perché è l’indifferenza la base su cui poggia ogni sopruso, ogni violazione dei diritti e della libertà delle persone. Questa consapevolezza è tanto più necessaria di fronte al ripresentarsi di fenomeno odiosi di intolleranza, xenofobia, antisemitismo, di fronte alla follia omicida del terrorismo, di fronte all'uccisione di tanti innocenti, colpevoli solo di essere cristiani...
Dobbiamo esortare noi stessi, e in particolare i nostri ragazzi, a ricordare, a conoscere, e a distinguere.
Se oggi viviamo in una democrazia lo dobbiamo agli uni, e non agli altri.
Se i nostri figli possono pensare al proprio futuro in un paese libero, in un grande paese europeo, lo devono agli uni, e non agli altri.
E dobbiamo agli uni, non agli altri, se la legalità è un valore che è alla base della nostra comune convivenza.
E allora è un dovere non solo difendere e affermare questo valore, questo principio: è un dovere praticarlo quotidianamente, è un dovere farlo vivere, moltiplicarlo e diffonderlo, come fosse la stessa aria che respiriamo.
“Nel principio della legalità”, diceva Piero Calamandrei, “c’è il riconoscimento della uguale dignità morale di tutti gli uomini; nell’osservanza individuale della legge c´è la garanzia della pace e della libertà di ognuno”.
Ecco: sono gli stessi ideali per i quali allora diedero la vita i giovani che scelsero la Resistenza. Sono gli ideali che ancora oggi uniscono il nostro Paese, che hanno reso grande l'identità e il progetto dell'Europa unita, e che ciascuno di noi ha il compito di difendere e di far vivere.
Non dobbiamo perdere la strada che ci ha portato fin qui. Con la consapevolezza di ciò che è stato, con serenità e con fiducia, potremo allora costruire un futuro migliore.

Marina Sereni, 2009-2015