Marina Sereni
Marina Sereni
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20-03-2015
CONVEGNO PRIMA GUERRA MONDIALE A FOLIGNO
"LA LEZIONE? PREVENIRE I CONFLITTI INTERVENENDO SULLE CAUSE"

Di seguito l'intervento di Marina Sereni al convegno di Foligno dedicato alla Prima Guerra Mondiale.

Mi è stato affidato un titolo molto impegnativo "Dalla memoria della guerra l'impegno per la pace" che cercherò di affrontare senza prendere troppo tempo.  Parto da una considerazione di contesto: credo sia stato molto giusto promuovere su scala nazionale ed europea eventi ed iniziative per ricordare il primo conflitto mondiale. E credo che abbiano fatto bene l'Umbria e la nostra città ad inserirsi nel programma nazionale con una nutrita serie di appuntamenti di grande interesse e qualità.  Perché la Prima Guerra Mondiale rappresenta uno spartiacque nella storia del nostro paese e del nostro continente.

 

Abbiamo ricordato da poco i 150 anni dell'Unità d'Italia: la Prima guerra mondiale fu drammaticamente la prima vera prova di quella unità perché mise in contatto e in relazione italiani di ogni parte della penisola. Basti pensare che furono mobilitati 5 milioni di soldati, la quasi totalità delle famiglie italiane fu quindi coinvolta direttamente dal conflitto. (10.000 giovani umbri persero la vita in luoghi lontani dalla nostra terra) La guerra aprì per il nostro Paese un'epoca nuova nei rapporti interni e internazionali.

 

Sul piano interno giovani di ogni regione italiana si incontrarono nelle trincee o nei campi di prigionia, i civili di ogni parte del Paese furono chiamati a sostenere lo sforzo bellico, ad accogliere i profughi o i prigionieri nemici. Nella sofferenza e nella durezza della guerra persone con culture e tradizioni assai diverse si trovarono insieme e cominciarono a riconoscersi come un solo popolo.  D'altro canto molti italiani morirono e furono sepolti in terre straniere, dalla Manica alla Siberia, mentre soldati di altri eserciti furono imprigionati o uccisi in territorio italiano. Pur nella divisione e nella contrapposizione sanguinosa della guerra anche per i popoli europei in quegli anni durissimi cominciò a maturare la consapevolezza di un destino comune.

 

Ecco perché è molto importante il lavoro di ricerca, di riflessione, di memoria che stiamo facendo sul Centenario della Grande Guerra. Non una celebrazione retorica ma un'occasione per guardare a quegli eventi nella loro complessità e per individuare le lezioni che ne dobbiamo trarre. Quali lezioni?

 

Almeno due. La prima: la guerra è sempre una sconfitta, anche per i vincitori. È una sconfitta della ragione, della politica. Nella risoluzione delle controversie internazionali il ricorso alle armi porta sempre e comunque a distruzione e morte, il bilancio è sempre drammatico non solo per i vinti. Fu così nella Prima Guerra mondiale: circa dieci milioni di morti, enormi risorse economiche bruciate, povertà e sofferenza ovunque. In più, sul piano europeo alle perdite umane e materiali immani dobbiamo aggiungere il fatto che la soluzione della forza, e le dure condizioni imposte ai vinti, lungi dal risolvere i problemi da cui aveva avuto origine il conflitto, posero di fatto le premesse per la Seconda, Guerra Mondiale, ancora più terribile.

 

La seconda lezione, riguarda il fatto che, al di sopra delle etnie e delle fedi, delle nazioni e delle ideologie, esiste la libertà e la dignità di ogni essere umano che dobbiamo sempre saper vedere, difendere e salvaguardare.

 

Entrambe queste lezioni sono essenziali oggi, in un momento particolarmente travagliato della vicenda internazionale.

 

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, dopo i lunghi decenni della contrapposizione Est-Ovest, alla fine degli anni '80 con la caduta del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda, molti di noi avevano pensato e sperato di poter contare su un nuovo ordine mondiale, più giusto e pacifico, segnato dall'espansione della democrazia. Così purtroppo non è stato. Certo il numero dei paesi che hanno scelto la via democratica è aumentato, milioni di uomini e di donne sono usciti dal sottosviluppo e grandi paesi sono divenuti protagonisti dell'economia globale. Ma, accanto a questo, in tanti, troppi, angoli del pianeta sono proseguite o scoppiate guerre sanguinose e si sono manifestati nuovi pericoli e nuove ragioni di insicurezza. 

 

Almeno tre sono i fattori di rischio che oggi dobbiamo fronteggiare e ai quali dobbiamo saper rispondere.  Gli enormi squilibri economici e sociali, le diseguaglianze insopportabili all'interno dei singoli stati e tra Stati,  tra chi ha troppo e chi nulla. Un rapporto Oxfam di poche settimane fa dimostra che le 80 persone più ricche del pianeta possiedono più dei 3,5 miliardi di persone più povere, che l '1% più ricco della popolazione mondiale possiede quanto il restante 99%. Questo divario non è sostenibile, produce tensioni sociali che minano la convivenza e la pace. Dobbiamo aver chiara questa fotografia quando vediamo i barconi dei disperati che cercano di attraccare sulle nostre coste. L'Europa, quell'Europa che si è forgiata e ha imparato molto dalle Guerre mondiali, che ha saputo costruire il più grande processo di integrazione e di solidarietà che il mondo abbia conosciuto, non può non fare i conti con questa contraddizione e adoperarsi per ridurre le ingiustizie e le disparità economiche e sociali. Entro il 2015  le Nazioni Unite dovranno definire i nuovi Obiettivi per lo sviluppo sostenibile, impegno al quale noi europei dovremo contribuire senza far prevalere egoismi e particolarismi.

 

Il secondo elemento di  rischio riguarda la ricomparsa di ideologie nazionaliste, che si nutrono dell'insicurezza e dell'inquietudine figlie della crisi economica e dei grandi mutamenti in atto su scala globale. Dentro l'Europa e ai nostri confini vediamo risorgere vecchie inimicizie, antiche ragioni di conflitto e vediamo il rischio che esse degenerino in vere e proprie guerre. Tra tutte cito la crisi tra Russia e Ucraina che ci vede necessariamente coinvolti. Se abbiamo imparato la lezione, l'Europa e l'insieme della comunità internazionale sono chiamate ad usare ogni strumento politico e diplomatico per trovare soluzioni alternative all'uso della forza.

 

Infine la terza emergenza riguarda la sponda sud del Mediterraneo, il nostro mare. Le primavere arabe, che avevano suscitato grandi speranze, sono purtroppo in gran parte fallite. Gli interventi militari in Iraq nel 2003 e in Libia nel 2011 hanno deposto dei dittatori ma non hanno creato le condizioni per la pace e la stabilità e oggi vediamo crescere in quell'area una minaccia terroristica orribile. Siamo ancora scossi e angosciati per l'attacco che due giorni fa ha colpito a Tunisi decine di persone facendo molte vittime tra turisti stranieri, compresi nostri connazionali. Non casualmente in Tunisia, l'unico paese in cui la rivolta popolare che aveva portato alla caduta del regime precedente, ha prodotto una transizione democratica positiva, una costituzione interessante, una collaborazione tra forze islamiste aperte e forze laiche.

 

Ecco queste sono le sfide che abbiamo davanti e che non possiamo affrontare come singoli Stati. Papa Francesco ha parlato di una  "Terza Guerra mondiale, che si combatte a pezzetti, a capitoli". Non possiamo dire che tutto questo non ci riguarda, perché accade attorno a noi, ai nostri confini, e mette in discussione la sicurezza di ognuno di noi. Ecco perché serve una Europa più forte, più unita, con istituzioni più autorevoli, capaci di parlare ed agire con una voce sola. Ecco perché serve non perdere la testardaggine e la determinazione della diplomazia e dell'iniziativa politica.

 

Certo, di fronte a questo scenario così complesso e carico di contraddizioni non è possibile escludere in assoluto l'uso della forza, per ripristinare la legalità internazionale e difendere popolazioni civili vittime di aggressioni e violenze. Ma se abbiamo imparato la lezione della Grande Guerra dobbiamo sempre preferire e ricercare altre vie, altri strumenti. E soprattutto cercare di prevenire i conflitti e intervenire per tempo sulle cause – economiche, sociali, culturali – che li generano.

Marina Sereni, 2009-2015