Marina Sereni
Marina Sereni
<b>883</b> Ore. <b>22%</b> Totale sedute
<b>31</b> Eventi da me promossi
<b>120</b> Interventi a Montecitorio
<b>114</b> Impegni in Italia
<b>47 </B> Missioni e incontri internazionali
26-04-2015
70° ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE A RAVENNA
"IL CORAGGIO DI ALCUNI PER LA LIBERTĄ DI TUTTI GLI ITALIANI"
INTERVENTO DELLA VICE PRESIDENTE

 MARINA SERENI

Ravenna – 70° Anniversario della Liberazione 25 aprile 2015

 

 

Signori delle Autorità, care amiche e cari amici, quando ho ricevuto l’invito del Sindaco Matteucci ad essere qui con voi oggi non ho avuto un momento di esitazione, e ho accettato con grande piacere. Per prima cosa perché il 25 aprile, e in particolare questo settantesimo anniversario della Liberazione, non è solo una data da ricordare e da celebrare nel modo più solenne, ma anche un’occasione per rinnovare il nostro essere comunità, per ribadire il legame profondo che unisce i percorsi e i destini di ognuno di noi a quelli della comunità in cui viviamo, a quelli della Repubblica. Il piacere, e l’onore, deriva poi dal fatto che in questa vicenda, in questa pagina fondamentale della nostra storia, Ravenna non è una città qualsiasi. Come non è stato un uomo qualsiasi il protagonista principale della lotta di liberazione che si svolse in questa terra: il Comandante Bulow, Arrigo Boldrini. La prima immagine, quando si pensa a lui, resta probabilmente quella contenuta in una vecchia foto in bianco e nero, scattata in una piazza vicina a questa, piazza Garibaldi, tanti anni fa. Era il 4 febbraio del 1945. In una città in festa, appena tornata libera, Boldrini riceveva la medaglia d’oro al valor militare dal generale Mc Creery, comandante dell’VIII Armata britannica. La foto lo ritrae in quel preciso momento, con il suo immancabile basco, sull’attenti, mentre dietro di lui erano schierati i suoi uomini, i partigiani della 28° Brigata Garibaldi, la Brigata “Mario Gordini”. In quella cerimonia c’era la consapevolezza, da parte degli Alleati, del contributo offerto da una generazione di giovani italiani che ebbero il coraggio e la moralità di scegliere la Resistenza, di animare la lotta di liberazione del nostro Paese dagli occupanti nazisti e da ciò che restava del regime fascista dopo più di vent’anni di dittatura e una guerra disastrosa in cui l’Italia era stata fatta sprofondare. In quella medaglia c’era il riconoscimento del ruolo avuto dai partigiani, che in una zona senza montagne, boschi e facili nascondigli avevano portato a termine importanti azioni contro i tedeschi, potendo contare anche sulla solidarietà e il concreto sostegno della popolazione delle campagne, dei braccianti, dei contadini.

È  stato scritto, credo di poter dire giustamente, che delle tre guerre che secondo uno storico come Claudio Pavone si combatterono in Italia tra il 1943 e il 1945 – guerra patriottica, civile e di classe – quella più sentita, quella in qualche modo più “istintiva”, quella che di certo accomunò persone di diversa estrazione e convinzioni politiche, fu la prima: la lotta per liberare la patria dal fascismo, per restituire la libertà agli italiani, per costruire una nuova e forte democrazia. Questo il grande obiettivo che doveva unire, e che unì, donne e uomini di ogni colore: socialisti e cattolici, comunisti e azionisti, repubblicani, liberali, monarchici. Donne e uomini di idee politiche diverse e che per queste idee si sarebbero un giorno battuti e anche contrapposti duramente. Persone come Arrigo Boldrini e come un altro grande italiano, figlio anche lui di questa terra: Benigno Zaccagnini, il partigiano “Tommaso Moro”. Il senso della Resistenza, del momento “alto” della vita di tanti giovani, è racchiuso nelle parole con le quali proprio Boldrini rispose a chi gli domandava cosa lo avesse spinto a quella scelta: “Noi abbiamo combattuto”, disse, “per quelli che c’erano, per quelli che non c’erano e anche per chi era contro”.

 E’ così. E’ qui il valore e il significato della Resistenza.

Se oggi il nostro è un grande Paese, se l’Italia è una democrazia forte e rispettata, è perché ci fu chi si schierò dalla parte giusta; perché ci fu chi rischiò la vita, e chi la perse, per la libertà di tutti gli italiani indistintamente, anche di coloro che erano dalla parte sbagliata. Oggettivamente, storicamente e per sempre sbagliata. Perché chi scelse la Repubblica di Salò, scelse con essa la Germania nazista e l’antisemitismo figlio anche delle leggi razziali del ’38, scelse i vagoni piombati e i lager, la collaborazione nelle deportazioni, nello sterminio degli ebrei, nelle stragi che insanguinarono il nostro Paese. Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, le Fosse Ardeatine, e poi Civitella della Chiana, Vinca, Pietransieri, Gessopalena e molti altri: luoghi che porteranno per sempre i segni di quel tempo terribile e cupo.

Nomi, come anche quelli della Risiera di San Sabba o di Cefalonia, o del Portico d’Ottavia a Roma – e potrei continuare – che portano con sé un ammonimento che deve valere per sempre: la storia non si può riscrivere. La storia, e la coscienza degli uomini, hanno già giudicato.  Nessun oblio è possibile, nessuna generica indistinzione è ammissibile.  Quella pagina va guardata con sguardo aperto, ma “senza pericolose equiparazioni”, come ha detto anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

È così. Non si può in alcun modo equiparare la Resistenza e Salò, l’antifascismo e il fascismo. Provare un sentimento di pietas verso i morti di quel conflitto non può portare a confondere la verità, e cioè che da una parte c’era il bene dall’altra il male, da una parte la ragione dall’altra il torto. E’ giusto che il popolo italiano sia “riappacificato”, ma nessun equivoco: la democrazia non può, non deve e non ha bisogno di riappacificarsi col fascismo.  E’ nella Resistenza, che affonda le sue radici la nostra Repubblica. E’ grazie a quella rinascita civile e morale, che si sono potuti affermare i principi fondamentali della nostra Costituzione.

È un legame strettissimo, quello tra Resistenza e Costituzione. Un legame indissolubile.

Non sono un caso, in questo senso, le celebri parole con cui sessant’anni fa un intellettuale come Piero Calamandrei si rivolgeva agli studenti milanesi che lo ascoltavano: “Se volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione – disse quel giorno Calamandrei – andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”. E non è nemmeno un caso, per dire ancora di questo legame, che molti tra coloro che animarono la Resistenza si ritrovarono poi, insieme, sui banchi dell’Assemblea Costituente.

Lì, in quella sede, come amava raccontare spesso un altro padre della Repubblica, Vittorio Foa, al mattino ci si scontrava sulla politica, ma al pomeriggio, discutendo della Carta fondamentale di tutti gli italiani, ci si rispettava, e non c’era contraddizione tra l’essere appassionatamente di parte ed essere capaci di trovare un’intesa al di sopra delle parti.  Accadeva, questo, grazie a un profondo rigore morale, grazie alla convinzione che la politica dovesse essere animata da tensione etica; grazie alla sobrietà, alla capacità di avere una visione, di possedere “senso dello Stato” e delle istituzioni.  E infatti il lavoro della Costituente condusse, in poco meno di due anni, all’approvazione della Costituzione con quasi il 90 per cento dei voti favorevoli, a dimostrare una grande unità di intenti che quella classe dirigente, nonostante le differenze politiche – figlie delle ideologie, quindi anche più forti di quelle attuali – seppe dimostrare. “Eravamo profondamente convinti”, ha raccontato sempre Boldrini, “che la nostra esperienza, con le sue luci e le sue ombre, potesse essere di esempio per far comprendere il valore della libertà, il rischio di perderla, il sacrificio che occorre per riconquistarla; per far nascere nelle coscienze la volontà di affermarla, difenderla, arricchirla”.

In queste parole c’è il senso immane delle distruzioni, delle difficoltà da affrontare. E insieme c’è la speranza di un domani diverso, c’è la convinta possibilità di un futuro migliore. È un insegnamento, questo, che dobbiamo portare con noi. È uno spirito che le istituzioni e la politica dovrebbero davvero recuperare e custodire come una risorsa preziosa. Quel che è certo è che per un Paese, per una comunità, è fondamentale sapere di poter contare su una bussola, su dei principi e dei valori, che per noi sono e restano quelli contenuti nella prima parte di una Costituzione che davvero ha pochi uguali.

Seguendo questa bussola, si potranno cercare anche strade nuove, con coraggio e determinazione, con la voglia di cambiare quel che serve per rispondere alle domande di oggi, per far superare al nostro Paese molti dei suoi ritardi e per affrontare le grandi questioni del nostro tempo.  A cominciare da quella che è ormai sotto gli occhi di tutti, racchiusa nel fatto che sempre più la politica, non solo in Italia ma a livello europeo, tende a far leva sulle inquietudini e le paure delle persone, a torcere in senso xenofobo la riscoperta delle identità territoriali, a sostituire alla faticosa ricerca di soluzioni riformiste – per modernizzare la scuola, la pubblica amministrazione, la giustizia, e soprattutto per rimettere in moto l’economia e creare lavoro, specie per i giovani – la scelta di parole d’ordine populiste e demagogiche, comunicativamente efficaci ma incapaci di produrre reale cambiamento. La paura diffusa e il generalizzato bisogno di decisione generano una pericolosa miscela di semplificazione mediatica dei problemi, la demonizzazione degli avversari, la marginalizzazione delle istituzioni di mediazione come il Parlamento.

Per tutto questo è necessario conferire al nostro sistema politico una vera e democratica capacità di decisione, cominciando, ad esempio, col superare l’attuale bicameralismo perfetto e riformando la legge elettorale, come Governo e Parlamento sono peraltro impegnati a fare. La nostra è una crisi democratica profonda, per molti versi senza precedenti. L’Italia ha bisogno, per uscirne, di una democrazia che decida. Con tutti i pesi e contrappesi che servono a garantire il suo buon funzionamento. Ma che decida. Nei modi e nei tempi adeguati alla velocità e alla complessità del nostro tempo.  Anche perché le nuvole che fino a poco tempo fa vedevamo addensarsi all’orizzonte si stanno spostando sopra di noi, e sarà impossibile – lo è già adesso – non fare i conti con questo.

Mi riferisco alla profonda frattura che rischia di separare in modo irreparabile la nostra civiltà. Che non è – a scanso di equivoci – quella “occidentale”: è la civiltà umana. Ai predicatori d’odio, alle mani insanguinate che mietono vittime innocenti a Parigi come a Tunisi, in Nigeria come in Kenya o in Pakistan, così come ai criminali senza scrupoli che lucrano sui disperati che tentano di attraversare il mare in cerca di speranza, occorre rispondere con la determinazione immediata necessaria a garantire la sicurezza dei nostri concittadini e insieme con la paziente tessitura di una trama che conduca ad una ricucitura dei rapporti sul piano politico e culturale tra i popoli e gli individui.

Con la capacità di avere, allo stesso tempo, la velocità che serve per frenare e fermare la barbarie degli attentati e delle stragi, e la visione necessaria a coltivare dei “pensieri lunghi” che guardino lontano e gettino le basi di una convivenza pacifica che sia effettiva e duratura. Sono queste, a ben vedere, le grandi qualità che ebbero settant’anni fa uomini come Boldrini e Zaccagnini, come Piero Calamandrei e Vittorio Foa: la politica, le scelte che le competono e che anzi sono persino doverose per chi ha incarichi e responsabilità; e la cultura, senza la quale nessun risultato potrà mai dirsi davvero acquisito. A cominciare da quel bene prezioso e indispensabile che è la pace. Insomma, davvero quella del 25 aprile non è una data solo da ricordare e celebrare. Riflettere sulle scelte compiute allora e sul cammino compiuto fin qui dal nostro Paese e dalle nostre istituzioni, è anche il modo per guardare al futuro con la giusta consapevolezza di quel che siamo e dei compiti, non semplici, che ci attendono.

Tutto è cambiato, è vero, e molto cambierà ancora.

Ma non c’è dubbio che se vorremo riuscire, dovremo essere capaci di recuperare almeno in parte lo spirito, la visione e l’unità di intenti che dimostrò di avere quella generazione di grandi italiani.

 

 

 

Marina Sereni, 2009-2015