Marina Sereni
Marina Sereni
<b>883</b> Ore. <b>22%</b> Totale sedute
<b>31</b> Eventi da me promossi
<b>120</b> Interventi a Montecitorio
<b>114</b> Impegni in Italia
<b>47 </B> Missioni e incontri internazionali
19-09-2015
GIARDINO DELLA MEMORIA FUCECCHO
"RICORDARE, PERCHE' L'EUROPA DI OGGI NON PERDA L'ANIMA"

Giornata dedicata ai Martiri delle Stragi  Nazifasciste in Toscana

Inaugurazione del Giardino della Memoria ai Martiri del Padule

Massarella (Fucecchio) - 19 settembre 2015

 

Intervento della Vice Presidente della Camera dei deputati, Marina Sereni

 

Signori delle Autorità, care amiche e cari amici,

uno dei più grandi poeti del Novecento, Jorge Luis Borges, scrisse una volta che “è la memoria che ci fa esistere: senza di essa ci si avvia verso una sorta di amnesia finale in cui non sappiamo più da dove siamo venuti, che cosa ci ha segnato, e in definitiva chi siamo stati”.

Ecco, noi oggi siamo qui – ed io ringrazio davvero molto il Sindaco Spinelli e l’Anpi regionale per avermi invitata – proprio perché sentiamo forte il dovere di ricordare. Di non dimenticare mai il cammino che il Paese e le nostre istituzioni hanno compiuto. E quanto furono duri, e dolorosi, i passi fatti, settant’anni fa, per riconquistare ciò che di più caro esiste, per una persona e per un popolo intero: la libertà. 

Quella libertà persa a causa di una guerra sciagurata voluta dal regime fascista. Una guerra iniziata con promesse solenni di gloria e di benessere e finita nel modo più doloroso ed umiliante. Con il nostro esercito in rotta. Con metà del nostro territorio nazionale occupato da una forza straniera guidata da un’ideologia fatta di razzismo e di antisemitismo, di odio e di volontà di dominio. Con tutta una popolazione sottoposta a privazioni e stenti, a sofferenze e lutti.

Questi luoghi, più di mezzo secolo fa, conobbero il senso più brutale della guerra. In questi luoghi si combatté e si morì, come in guerra si combatte e si muore. Ma allora, nei mesi che andarono tra il settembre del ’43 e l’aprile del ’45, non accadde solo questo, ammesso che si possa usare la parola “solo” quando si parla di guerra.

Ma certamente non si trattò solo di eserciti, di battaglie, di soldati. Furono crimini in violazione alle leggi vigenti e alle convenzioni internazionali, crimini contro l’umanità.

Furono oltre 400 gli episodi di uccisioni collettive in Italia. Oltre 15 mila le vittime civili. Furono bambini, furono anziani e madri, donne e uomini rastrellati, trucidati, vittime della furia nazista che ritirandosi risaliva il nostro Paese, lasciando dietro di sé una scia di sangue, seminando ovunque terrore e morte.

Successe a Marzabotto e a Sant’Anna di Stazzema, i nomi più tristemente noti di un tragico elenco.

Successe a Gubbio, a Caiazzo, a Capistrello e in altre decine di paesi del Nord, del Centro e del Sud dell’Italia.

Successe qui, in questa meravigliosa regione: a Civitella della Chiana, a Guardistallo, a Fivizzano, a Cavriglia.

Solo in Toscana furono circa 4.500 i civili uccisi dall’esercito tedesco in operazioni cosiddette “antipartigiane”, che spesso tuttavia, come nel caso del Padule di Fucecchio, prescindevano da una reale presenza dei partigiani.

Quel che avvenne a partire dall’alba di quel 23 agosto lo sapete bene, perché giustamente non è mai stato dimenticato. E mai sarebbe stato possibile farlo, d’altra parte.

Alla fine di quella giornata furono 175 le persone uccise: uomini, in gran parte anziani, e poi donne, e con loro quasi trenta bambini. Un assassinio di massa. Persone miti, indifese, colpevoli solo di essere italiane e di non essere riuscite ad abbandonare la propria casa, il bestiame, le poche cose che avevano. Vittime di una barbarie difficile da raccontare, impossibile da comprendere fino in fondo.

La coscienza degli uomini e la storia hanno condannato e giudicato questi atti di crudeltà disumana, frutto di una ideologia perversa.

Sapere però è necessario. E’ necessario conoscere e ricordare.

Ricordare i nomi dei carnefici, per una volta da subito noti, del generale Crasemann e del capitano Strauch.

Ricordare i nomi di tutte le vittime. Quello, ad esempio, di Annunziata Mattei, morta tenendo in braccio il figlioletto Antonio di appena due anni. Piangeva chiamando la mamma. Ma nemmeno di lui ebbero pietà, i due soldati tedeschi incaricati di passare tra i poveri corpi caduti a terra per dare loro il colpo di grazia.

“La pazzia entrò nella storia e la trasformò in incubo”, ha scritto una volta il premio Nobel per la pace Elie Wiesel, riferendosi a quel tempo cupo e terribile.

Davvero quel che successe qui dà ragione, purtroppo, a queste parole.

Dobbiamo dunque, come abbiamo detto, ricordare. Coltivare la memoria. Come facciamo in questa giornata così importante. E come dobbiamo fare sempre, ogni giorno, in tante forme diverse.

Insieme al ricordo c’è anche un altro dovere: quello della distinzione delle ragioni e dei torti.

Dobbiamo sapere che insieme alle SS e all’esercito tedesco, a compiere stragi come queste, c’erano anche degli italiani. Alcuni erano molto giovani. Alcuni scelsero la Repubblica di Salò in buona fede. Ma questo non diminuisce la colpa e la gravità delle loro azioni, e non cambia la verità storica, e cioè che da una parte c’era il bene dall’altra il male; da una parte c’erano i partigiani, c’era chi scelse la Resistenza e la lotta per la libertà e la democrazia di cui oggi godono tutti gli italiani indistintamente, dall’altra c’era chi scelse, con Salò, la Germania hitleriana, il razzismo e l’antisemitismo, le deportazioni e lo sterminio degli ebrei.

Ma ripeto: noi oggi siamo qui per ricordare. E per dire che non ci sono diritti raggiunti una volta per sempre.

Dobbiamo stare molto attenti, perché ciò che per noi è sicuro e naturale in troppi luoghi della Terra non lo è affatto. Il razzismo, le discriminazioni etniche, religiose e politiche, non sono scomparse, nel mondo. E oggi l’Europa, la nostra Europa, attraversa un momento difficile, e rischia di perdere l’anima se non saprà affrontare, forte della memoria condivisa delle tragedie passate,  le sfide del mondo globale che premono alle nostre porte: le guerre, la minaccia terroristica, il fanatismo religioso, le migrazioni di donne e uomini indifesi che fuggono dalla violenza e da ogni sorta di privazione… Come italiani, e soprattutto come europei, siamo chiamati a trovare risposte credibili, ragionevoli ed efficaci, a questi drammatici fenomeni. La memoria serve anche a questo: a non cedere ai professionisti della paura, a non sottovalutare il peso dei simboli e delle parole, a non erigere muri o barriere di filo spinato laddove si può e si deve costruire ponti di dialogo e di solidarietà. Anche per questo è molto bello, molto significativo, che il Parco che oggi inauguriamo sia il frutto della collaborazione tra Italia e Germania, due paesi che più di altri si stanno battendo per rilanciare con coraggio e determinazione il progetto di un’Europa politica forte, solidale, protagonista e non spettatrice impaurita di fronte ai drammi che accadono ai nostri confini.

Il compito che dobbiamo assegnarci – come istituzioni, come singoli cittadini – è dunque estremamente attuale e necessario: fare in modo che i nostri giovani non vengano mai colpiti dal “virus” dell’indifferenza, dal rischio di dire “non mi riguarda”.

Abbiamo con noi delle armi potenti, le uniche che dobbiamo essere capaci di usare sempre, e senza timore. Sono le armi della conoscenza, della cultura, del dialogo, della memoria.

Ricordare, tenere viva la coscienza, serve anche a questo, a far sì che ciò che è successo non debba ripetersi, mai più. E a costruire un futuro migliore.

Per il nostro Paese, per tutti gli italiani, per l’Europa, per le generazioni che verranno.

Marina Sereni, 2009-2015