Marina Sereni
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28-11-2015
CONVEGNO A CITTA' DI CASTELLO
"DALLA PARTE DELLA LIBERTA' DAL FASCISMO A OGGI"

Convegno:

“L’Alta Valle del Tevere e il Gruppo di Combattimento Cremona”

Città di Castello, 28 novembre 2015

Intervento della Vice Presidente della Camera dei deputati, Marina Sereni

 

 

Voglio ringraziare sinceramente l'Anpi di Città di Castello e l'Istituto di storia politica e sociale "Venanzio Gabriotti" per il convegno di oggi è per l'invito. E voglio ringraziarli anche per il momento in cui questa iniziativa si svolge. Quella che stiamo vivendo è un’epoca difficile, cupa, carica di pericoli e di nubi minacciose che si addensano al nostro orizzonte. Gli attentati che hanno colpito Parigi, che hanno colpito il cuore della Francia e quindi dell’Europa, dell’Occidente intero, rappresentano un atto di barbarie assoluta. L’uso della religione a fini di morte è una mostruosità blasfema. Nessun precetto, di nessuna fede, in nessun angolo della Terra, prevede nemmeno lontanamente una simile possibilità. Chi ha voluto l’azione di quel tragico venerdì 13 si illude, se pensa di poter affermare questa sua visione perversa. Non riusciranno ad imporre la loro logica, e nemmeno il loro linguaggio. Non ci spingeranno a dividere il mondo secondo religioni, etnie, civiltà. Non vinceranno con le loro idee di odio e violenza perché noi abbiamo la memoria degli orrori della dittatura nazi-fascista e della forza e del coraggio con cui ragazzi come quelli del Gruppo Cremona hanno combattuto per riconquistare libertà e democrazia.  Non ci riusciranno perché la libertà, la democrazia, e io dico anche la cultura, saranno sempre più forti dell’odio, della violenza e dell'ignoranza. Sono molto convinta che sia giusto l'approccio scelto in queste settimane dal governo italiano: per ogni euro in più speso per rafforzare le necessarie misure di sicurezza spendiamo un euro in più in cultura, per contrastare il degrado delle periferie, per parlare ai giovani del nostro Paese, per creare occasioni di socialità e inclusione.

Sono convinta che riusciremo a sconfiggere Daesh perché a sostenere la libertà e la democrazia, in Francia, in Italia, in tutti i paesi civili della Terra, sono e saranno – con buona pace dei terroristi – donne e uomini di ogni fede e di ogni etnia. Continuerà a venire da loro, da tutti noi, la risposta più forte a chi vorrebbe farci precipitare nell’oscurità. Sappiamo bene che il mondo intero sta attraversando una delle curve più pericolose della sua storia, basti pensare alla crisi siriana, alle tensioni tra Russia e Turchia, alla situazione in Libia, al perenne conflitto israelo-palestinese. Solo per restare al bacino del Mediterraneo. Ed è vero che viviamo un tempo in cui le contrapposizioni e le divisioni sembrano avere la meglio sul dialogo e sull’unità, quando invece è proprio di questi due elementi che avremmo un gran bisogno.

Ma è anche per questo che essere qui, oggi, a Città di Castello, a ricordare una pagina fondamentale della nostra vicenda nazionale e i suoi protagonisti, i giovani che ebbero il coraggio e la moralità di scegliere la Resistenza, animando il “Gruppo di Combattimento Cremona”, non è un esercizio vuoto, non è una semplice cerimonia. Città di Castello, questo territorio, la sua popolazione, soffrirono tutto ciò che il popolo italiano soffrì in quei mesi.  Il rumore delle armi e la violenza. I caduti in combattimento. Soldati e partigiani. Ma anche civili inermi. Anche anziani, donne e bambini. Vittime di bombardamenti. Come quelli che colpirono la mia città, Foligno. Come quelli che fecero tanti danni anche qui, a Città di Castello.

E poi gli eccidi, la terribile strategia nazista, di fronte all’avanzata degli Alleati e anche quando ormai era evidente che per loro la guerra era persa, della “terra bruciata”, che mieteva vittime innocenti tra la popolazione. E anche la nostra regione sa bene a che livello di barbarie si fu capaci di arrivare. A loro si contrappose una generazione di italiani, fatta di tanti giovani che fecero la scelta che avrebbe cambiato la vita loro e del Paese. È la storia di tante ragazze e tanti ragazzi che scelsero di non lasciarsi vivere, di non pensare all’esistenza come una chiusura in se stessi.  Ragazzi come Francesco Innamorati, come il vostro indimenticabile Sindaco, Pino Pannacci, che oggi mi fa piacere ricordare, insieme a suo figlio Gianfranco che ha appena preso la parola. Certo, dobbiamo ricordare anche che ci fu – tanti di loro giovanissimi e in buona fede – chi fece un’altra scelta, opposta.

La loro fu una scelta sbagliata. Una sola era la parte giusta. La storia si è già incaricata di dirci tutto, di stabilire chi ha avuto ragione e chi ha avuto torto. Una memoria condivisa è la base fondamentale di una comunità, di una nazione. Ma proprio per questo non si può far cadere in una generica  “indistinzione” le posizioni e le scelte di allora, come se fosse possibile porre sullo stesso piano chi sosteneva – e metteva drammaticamente in pratica – ideologie antidemocratiche e antisemite e chi invece si batté per riconquistare, in Italia e in Europa, la libertà e la democrazia che quei regimi avevano calpestato.

Nessuna equiparazione, dunque. La memoria è una corda fatta di fili che si intrecciano, ma che non possono confondersi in modo indistinto. Le scelte che allora furono fatte, le ragioni e gli ideali, restano assai differenti. Da una parte c’era la vergogna delle leggi razziali, c’era chi precipitò l’Italia in guerra, chi collaborò alle stragi naziste, alle rappresaglie e alle deportazioni, chi condivise le tremende responsabilità del rastrellamento del Ghetto di Roma e del massacro delle Fosse Ardeatine, di Marzabotto e di Sant’Anna di Stazzema, dei 40 Martiri di Gubbio. Dall’altra parte c’era chi scelse di prendere parte alla Resistenza e di rischiare di morire per la conquista della democrazia e il raggiungimento di una libertà che la dittatura fascista aveva negato, impedendo agli italiani di votare e di riunirsi in partiti e libere associazioni, dicendo loro cosa poteva essere stampato e letto, chi poteva avere una cattedra per insegnare e chi no, cosa si poteva dire e cosa no.

Il rispetto dovuto a tutti i caduti non può in alcun modo cambiare questa verità. Se oggi viviamo in una democrazia lo dobbiamo agli uni, e non agli altri. Se i nostri figli possono pensare al proprio futuro in un paese libero, in un grande paese europeo, lo devono agli uni, e non agli altri.  Oggi in questa sala ci sono donne e uomini di generazioni diverse. C’è chi visse quell’esperienza, c’è chi la conosce perché gli è stata raccontata in famiglia, e c’è chi è qui perché sente semplicemente di voler condividere un ricordo.

Non è una cosa poco, questa. Anzi, è un grande segno di speranza per il domani. Se oggi Città di Castello ha un tessuto sociale così ricco, se ha tanta vitalità nei suoi luoghi di cultura e di ritrovo, è perché da sempre è stata una comunità unita e solidale, attenta a coltivare la sua storia, in nome di un futuro, di una modernità, che non deve mai significare perdita di identità. È proprio su queste basi, ne sono convinta, che potremo affrontare le sfide di oggi e costruire con serenità e con fiducia, insieme, nella nuova Europa, un futuro migliore. Per Città di Castello, per la nostra regione. Per il nostro Paese. E per i nostri figli, per le generazioni di domani. Affinché non debbano mai vivere momenti, pagine di storia, simili a quella di settant’anni fa. Affinché quel che accada allora non si ripeta. Mai più.

Marina Sereni, 2009-2015