Marina Sereni
Marina Sereni
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15-04-2016
SEMINARIO MINERVA
"LIBIA, SUL RUOLO DELLE DONNE SI MISURERA' CREDIBILITA' ISTITUZIONI"

Crisi in Libia: le donne libiche per un network di dialogo e pace

 

(Siracusa, Sala conferenze dell’ISISC, 15 aprile 2016)

 

Saluto istituzionale dell’on. Marina Sereni,

Vicepresidente della Camera dei deputati

 

 

Sono particolarmente lieta di portare il saluto della Camera dei deputati a questo convegno promosso dall’Associazione Minerva, con il sostegno del Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, animato dalla presenza di undici grandi protagoniste della politica e della società civile libiche che contribuiscono al percorso di pacificazione in atto nel Paese.

Intendo esprimere la mia gratitudine alla realtà associativa che ha reso possibile tutto ciò: trentatré anni fa un’appassionata dirigente femminile, Annamaria Mammoliti, dava vita alla rivista mensile Minerva da cui sarebbe sorta una fitta rete di iniziative civili e sociali volte ad affermare i diritti di cittadinanza, a partire dai diritti delle donne.

La lezione di Annamaria è stata raccolta in questi anni da tante donne che si battono oggi perché la parità di genere sia affermata anche nei paesi della sponda sud del Mediterraneo, contro l’oscurantismo fondamentalista, il conformismo, le logiche omertose di potere, come potranno raccontarci le nostre ospiti, attraverso le diverse prospettive in cui operano quotidianamente: le amministrazioni locali (che nella crisi libica hanno mantenuto una loro esistenza), nel giornalismo, nelle organizzazioni per i diritti civili.

Attraverso i loro interventi e le loro testimonianze potremo conoscere meglio la complessa situazione politico-sociale del paese mediterraneo, e raccogliere allo stesso tempo il filo delle tante iniziative umanitarie e sociali messe in campo per contribuire al riconoscimento dei diritti civili delle donne libiche: il loro impegno è stato appassionatamente difeso, all’apertura della 59esima sessione della Commissione sullo status delle donne, svoltasi alle Nazioni Unite nel marzo 2015, da Alaa Murabit, giovanissima attivista libica per i diritti umani, l’empowerment femminile e la pacificazione nazionale, fondatrice del gruppo Voice of Lybian Women.

Raccogliere il filo di questa rete di solidarietà è indispensabile perché è proprio sul terreno della condizione femminile, sul suo ruolo nella società, sul riconoscimento della sua dignità come parte essenziale del tessuto civile di un popolo che potremo misurare la credibilità delle nuove istituzioni libiche.

Il processo di transizione post-bellica vive oggi una fase importante e delicata con l’entrata in funzione del nuovo Governo di “accordo nazionale” che dovrebbe ricevere un’investitura ufficiale, il 18 o il 22 aprile prossimi, guidato da Fayez al Serraj: come ha confermato il generale Paolo Serra, consigliere militare del Rappresentante speciale dell’ONU in Libia, in un’audizione svoltasi in Parlamento il 13 aprile scorso, la situazione di questo Paese continua ad essere esplosiva, poiché in essa s’intrecciano derive di tipo terroristico e derive di tipo etnico-tribale.

A partire dalla guerra combattuta dall’Alleanza atlantica nel 2011 contro il regime di Gheddafi, la Libia è precipitata in un caos senza fine e nella guerra civile. Quel conflitto ha posto le basi per altri conflitti: è infatti ormai ampiamente documentato che il saccheggio dei vasti arsenali di armi del colonnello durante l’operazione della Nato ha alimentato la guerra civile in Siria, ha rafforzato gruppi terroristici e criminali dalla Nigeria al Sinai e ha destabilizzato il Mali.

Di fatto nessuno dei conflitti iniziati dagli anni Novanta del secolo scorso ad oggi – dall’Iraq alla Somalia, dall’Afghanistan alla Siria – ha portato ad una soluzione dei problemi, che invece si sono tragicamente aggravati fino a provocare esodi biblici di profughi che cercano di sottrarsi alle micidiali conseguenze di questi conflitti.

Come sempre sono stati i più deboli, le donne, gli anziani, i bambini a pagare il prezzo di questi interventi che si vogliono “chirurgici”, ma che in realtà colpiscono, accanto al bersaglio prescelto, decine di vittime inermi, perché, come ci ricorda con amarezza un proverbio africano, “quando combattono gli elefanti è sempre l’erba a rimanere schiacciata”.

Sono tanti i casi di conflitti, più o meno recenti, in cui è stata sfruttata l’arma silenziosa della violenza sulle donne e sui bambini: stime delle Nazioni Unite contano oltre 60 mila stupri perpetrati durante la guerra civile in Sierra Leone (1991-2002) e quella della ex Jugoslavia (1992-1995), più di 40mila in Liberia (1989-2003), tra i 100 e i 200 mila durante il genocidio in Rwanda (1994) e almeno 200 mila negli ultimi anni di guerra nella Repubblica democratica del Congo. Senza contare poi proprio la Libia e la Siria, tra i casi più recenti e drammatici, di cui non si hanno ancora dati certi.

La violenza che subiscono queste vittime inermi è duplice, poiché non si limita al piano militare, ma troppo spesso sfocia in violenze sessuali, riduzione in schiavitù, tratta, prostituzione forzata, come denuncia l’indagine conoscitiva in corso di svolgimento presso la Commissione Affari esteri della Camera, che si è recentemente soffermata sulla drammatica problematica degli stupri e delle violenze di genere nei conflitti armati.

Nel 2000 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con la famosa risoluzione 1325 ha delineato una strategia d’intervento globale che si puè riassumere con lo “schema delle tre P”: protezione, partecipazione, promozione. Ovvero, protezione delle donne nei teatri di guerra, loro partecipazione ai negoziati e ai processi di peace-keeping e di peace-building, promozione del loro ruolo e del loro potere nella società, a tutti i livelli.

Le Nazioni Unite facevano proprio, in un certo senso, l’insegnamento di Eleanor Roosevelt che già nel 1946 spiegava con tono appassionato e convinto  che le donne dovevano essere incluse nelle trattative di pace e di ricostruzione del dopo guerra, proprio perché avevano combattuto sul campo e nelle retrovie della resistenza e avevano sofferto tanto quanto gli uomini.

A sedici anni dall’adozione di quella risoluzione, i suoi obiettivi sono ancora assai lontani da una piena realizzazione, anche se il nostro è uno dei 43 Paesi che fino ad oggi hanno adottato un Piano d’azione nazionale sulla scia della risoluzione e di quelle successive, come la risoluzione 1820 del 2008 sulle violenze sessuali nei conflitti armati, che ora vengono espressamente richiamate – quale parametro di riferimento - dalla nuova normativa quadro sulla partecipazione italiana alle missioni internazionali.

Conosciamo infatti il ruolo determinante svolto dalla componente femminile nei processi di riconcilazione e di evoluzuine democratica, in paesi segnati dall’apartheid come Sudafrica o sconvolti dal genocidio come il Ruanda, ma come ci insegna anche lo sviluppo della transizione democratica tunisina caratterizzata da una forte presenza dei movimenti femminili di emancipazione civile.

Al tempo stesso sappiamo come in molti paesi chi subisce l’abuso sessuale non è percepito come vittima bensì trattato come colpevole, emarginato dalla società e spesso anche dalla sua stessa famiglia.

Molte donne, in Libia come altrove, quando non sono rimaste vittime dell’omicidio d’onore, in alcuni casi sono state costrette a sposare il responsabile del loro martirio o addirittura a subire un processo e il carcere.

La Libia ha ufficialmente riconosciuto l’uso della violenza sessuale come crimine di guerra attraverso un decreto del febbraio 2014: il decreto comunque permette almeno sulla carta di considerare le donne sopravvissute ad abusi sessuali e stupri di massa come vittime di guerra a cui pertanto viene riconosciuta un’indennità compensatoria e sono garantite assistenza sanitaria, psicologica e psichiatrica.

La recente missione a Tripoli del Ministro Gentiloni ha confermato l’impegno assunto dal nostro Paese per contribuire con le Nazioni Unite alla ricerca paziente e perseverante di una soluzione politica alla grave crisi libica.

Questo impegno si sta articolando in un’azione per la ricostruzione dell’assetto statuale della Libia, sostenendo con la diplomazia e la politica l’iniziativa per un accordo tra le parti e il rafforzamento di un governo unitario, in un’azione umanitaria diretta alle vittime del conflitto, attraverso il sostegno al Programma alimentare mondiale, ed una serie d’iniziative diplomatiche per coinvolgere gli Stati membri della Lega araba e dell’Unione Africana anche al fine di bloccare i finanziamenti ai movimenti terroristici islamici, dal commercio di petrolio e di droga.

Tutte queste iniziative potranno avere successo nel processo di ricostruzione soltanto se potranno contare sulla mobilitazione della società civile libica, a partire da quella delle donne, perché per sconfiggere il terrorismo e l’estremismo, come ha ricordato il Presidente Mattarella, occorre lasciare da parte la falsa retorica dello scontro di civiltà e puntare su un patto di civiltà tra chi mette al centro i valori della dignità della persona e della parità di genere.

 

 

Marina Sereni, 2009-2015