Marina Sereni
Marina Sereni
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02-05-2016
A TREVISO PER I 70 ANNI DEL VOTO ALLE DONNE
"PROTAGONISTE DA SEMPRE, IL NOSTRO SGUARDO PER UN'ITALIA MIGLIORE"
Tina Dellarmi, staffetta partigiana, era tra i tanti che ieri sera, a Treviso, hanno partecipato all'incontro organizzato dalla collega Floriana Casellato per riflettere sul lungo viaggio che ci riporta a sett'anni fa quando veniva concesso il voto alle donne. Dalla Resistenza alla Repubblica, alla democrazia che costruiamo ogni giorno, il ruolo delle donne è imprescindibile. Ventuno furono le elette alla Costituente, oggi siamo il 30% dei parlamentari. Ecco il mio intervento.

 

INTERVENTO VICE PRESIDENTE MARINA SERENI

“Il voto alle donne. Un Viaggio lungo 70 anni”

Treviso 2 maggio 2016

 

 

Care amiche e cari amici, voglio ringraziare davvero la collega Casellato, le autorità civili e militari presenti e tutti voi, per questa iniziativa. Ricordare il momento in cui 70 anni fa fu riconosciuto alle donne italiane il diritto di voto significa considerare quel passaggio un tassello fondamentale della memoria condivisa del nostro Paese. Non banale e non scontato.

L’Italia non era ancora uscita dall’abisso in cui era precipitata, dalla tragedia della guerra e dell’occupazione tedesca, quando il Consiglio dei Ministri, presieduto da Ivanoe Bonomi, prese la decisione di ammettere per la prima volta le donne al voto.

Era una questione, quella del suffragio femminile, che nel nostro Paese si era già affacciata nel dibattito pubblico all’inizio del secolo scorso, anche se certo non con l’intensità che aveva conosciuto altrove, a cominciare dal movimento delle suffragette nato in Gran Bretagna nella seconda metà dell’Ottocento.

Ci aveva però pensato il regime fascista, durante il ventennio, ad accantonare la questione, ad archiviarla, a calpestarla. Così come fece con la libertà e i diritti di tutti gli italiani.

Le donne, come il Paese intero, ebbero bisogno di scrivere la pagina fondamentale della Resistenza, per ritrovare la libertà che avevano perso e per entrare davvero da protagoniste sulla scena nazionale. Con le armi o senza, proteggendo i partigiani e i soldati in fuga, animando l’attività politica clandestina: furono oltre centomila, le donne che presero parte alla guerra di liberazione. Ecco perché dobbiamo dire grazie alla staffetta partigiana Tina Dellarmi che oggi è con noi, in rappresentanza di quella generazione di donne straordinarie che hanno ottenuto un diritto per tutte noi!

Le nascenti istituzioni repubblicane riconobbero e fecero propria, mettendone nero su bianco le naturali conseguenze, questa partecipazione. Il decreto luogotenenziale del 1° febbraio 1945, che ho citato all’inizio, stabilì all’articolo 2 che vista l’imminente formazione nei Comuni delle liste elettorali, nelle suddette si iscrivessero le elettrici.

C’erano delle mancanze, è vero. Anche gravi. Le liste erano separate. E soprattutto, il decreto conteneva una dimenticanza non da poco poiché prevedeva l’elettorato attivo ma non quello passivo. Le italiane potevano insomma votare, ma non essere elette.

Ad ogni modo, si rimediò l’anno successivo, a marzo, proprio a ridosso della prima tornata delle elezioni amministrative del ‘46.

Fu così che si arrivò ad una conquista storica. In un clima che da una parte era segnato da timori e diffidenze, anche nelle file dei partiti di massa, i cui leader avevano comunque voluto questo esito.

Sta di fatto che le elezioni amministrative prima e il voto del 2 giugno poi fecero registrare una massiccia partecipazione femminile. Alla quale però, come certo sapete, non corrispose un numero adeguato di elette: a far parte dell’Assemblea Costituente entrarono 21 donne su un totale di 556 deputati. E nei Consigli comunali, in termini percentuali, non andò molto meglio.

Insomma, si aprì subito la contraddizione destinata a rimanere evidente nella vita delle nostre istituzioni. Quella, appunto, tra partecipazione e numero di elette. E insieme, quella tra i desideri, i bisogni e le attese delle donne italiane e la realtà. Perché il voto non significò pienezza dei diritti politici. E perché la struttura e il modo di funzionare della società italiana, decisamente “maschile”, non corrispose per molto tempo alla dovuta pienezza dei diritti civili.

Quella di settant’anni fa fu, ad ogni buon conto, una conquista storica. Ribadita poi dai diversi articoli della nostra Costituzione in cui si afferma la parità tra uomini e donne.

E vien da dire, pensando alle sole cinque donne che fecero parte della Commissione dei 75 che redasse la Carta, che per fortuna anche i padri costituenti – insieme alle così poche “madri” – vollero portare a termine un gran lavoro.

Lo riconobbe, con emozione ed orgoglio, una di queste “madri”, che ci ha lasciato due anni fa, proprio a marzo. “In una società che da lungo tempo ha imposto alla donna la parità dei doveri”,  disse intervenendo alla Costituente l’allora venticinquenne Teresa Mattei, “che non le ha risparmiato nessuna durezza nella lotta per il pane, nella lotta per la vita e per il lavoro; in una società che ha fatto conoscere alla donna tutti quei pesi di responsabilità e di sofferenza prima riservati normalmente solo all’uomo […], salutiamo finalmente come un riconoscimento meritato e giusto l’affermazione della completa parità dei nostri diritti”.   

Resta il fatto che quelli compiuti tra il ’46 e il ‘48 furono solo i primi passi. Ne sono seguiti molti altri, certo. Ma il cammino è stato lungo e non sempre spedito. Basti pensare che ci vollero più di trent'anni per avere la nomina di Tina  Anselmi, la prima donna Ministro - era il 1977 - e che si dovette aspettare ancora qualche anno per chiamare una donna, Nilde Iotti, a ricoprire da Presidente della Camera una delle più alte cariche dello Stato.

O ancora si pensi alla riforma del diritto di famiglia del ’75. A tutti i passaggi che negli ultimi decenni hanno cambiato il panorama istituzionale e politico, economico e sociale del Paese: l’approvazione della legge sull’aborto nel ’78 e la prima introduzione delle cosiddette “quote rosa”, nel 1993, in merito alle elezioni dei rappresentanti degli Enti locali. O ancora le “Norme contro la violenza sessuale” del 1996, che finalmente puniscono lo stupro come delitto contro la persona, e la Legge costituzionale del 2003 che modifica l’articolo 51 della Carta, quello sull’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive, con l’aggiunta: “A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”.

E oggi pensiamo al fatto che le 21 elette alla Costituente sono diventate molte di più, perché siamo arrivate ad essere il 31% alla Camera e circa il 30 per cento del totale dei parlamentari.

Ma ogni donna lo sa, lo vive quotidianamente sulla propria pelle: il cammino non è affatto concluso. Nelle istituzioni, nella vita pubblica, la frontiera continua ad essere quella di una vera ed effettiva “democrazia paritaria”.

In questa legislatura abbiamo proceduto verso questa frontiera con la riforma della legge elettorale per il Parlamento europeo. Con la nuova legge per l’elezione della Camera e con la legge per la parità nei Consigli regionali. E ora, finalmente, con la Riforma costituzionale e il nuovo secondo comma dell’articolo 55 della Carta, in base al quale “le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza”. 

Nella società, poi, troppi ambiti continuano ad essere pensati da uomini per uomini. Non è accettabile, solo per fare un esempio, che se guardiamo le graduatorie dei posti assegnati per concorso il numero delle donne sia superiore a quello degli uomini, mentre se passiamo a quelli per nomina diretta la situazione è inversa. E se pensiamo alle storie di violenza sulle donne di cui quasi quotidianamente, purtroppo, veniamo a conoscenza, ci rendiamo conto di come ci sia un gigantesco problema culturale, da affrontare. Sapendo che mentalità e comportamenti possono e devono cambiare sin dai banchi di scuola, con l’educazione al rispetto delle differenze e con il riconoscimento pratico della parità. Una battaglia quella contro la violenza che possiamo vincere solo cambiando la cultura prevalente, coinvolgendo anche gli uomini, con leggi buone e soprattutto con buone esperienze concrete sul territorio che devono vedere insieme tutte le istituzioni.

Io non so quando arriveremo a questo approdo. So però che la forza delle donne, da sempre così straordinaria in ambito familiare, deve ancora esprimersi in pieno nel mondo del lavoro, nella vita politica, nel garantire il buon funzionamento e la credibilità delle nostre istituzioni.

Facciamo in modo che questo accada. Sarebbe un bene per tutti. Nell'economia se in Italia le donne potessero lavorare in numero maggiore e meglio avremmo superato la crisi e il gap di produttività che ci divide dal resto d'Europa; nell'impresa - come abbiamo visto nella prima fase di applicazione della legge che impone "quote rosa" nei CdA - le competenze femminili hanno portato risultati positivi rendendo le aziende più adattabili e flessibili; nella amministrazione della cosa pubblica - come sperimentiamo sempre nei Comuni - avere un punto di vista femminile accanto a quello maschile rende le città più accoglienti per tutti. Ecco, non è una rivendicazione di qualcosa in più  "per le donne" che ci spinge oggi a voler continuare quel cammino iniziato 70 anni fa. E nemmeno la presunzione di una superiorità femminile rispetto al genere maschile. E' più semplicemente l'idea che i talenti e lo sguardo delle donne sono una grande risorsa e che, valorizzandoli, tutti potremmo guardare con più fiducia al futuro del Paese, nostro e dei nostri figli.

Marina Sereni, 2009-2015