Marina Sereni
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08-10-2017
TERRORISMO E NON SOLO E INFORMAZIONE
MAGATTI: "LA VIOLENZA SPETTACOLARE E IL SUO TERRENO DI COLTURA"
 

"Viviamo un' epoca in cui la violenza sembra non darci tregua. Una vettura della metropolitana, una piazza cittadina, una stazione ferroviaria. Luoghi affollati dove ci capita di passare ogni giorno. La violenza colpisce a caso e sembra potere assalire ovunque, come un virus capace di superare qualsiasi protezione. Per questo fa paura: perché non sappiamo più dove possiamo sentirci al sicuro".

Lo scrive Mauro Magatti su Il Corriere della Sera. I dati dicono che la violenza è diminuita, ma la percezione di insicurezza è aumentata. Dunque forse non siamo di fronte a "un'epidemia di violenza", ma gli effetti spettacolari e imponderabili di tale violenza ci devono dar riflettere... 

di Mauro Magatti

L' attentato terroristico realizzato da un fanatico con un furgone o un semplice coltello; la strage causata da uno squilibrato che ha libero accesso a carabine e mitragliatrici, lo stupro o la violenza contro le donne perpetrate da giovani sbandati in parchi pubblici o fuori da una discoteca.
Viviamo un' epoca in cui la violenza sembra non darci tregua. Una vettura della metropolitana, una piazza cittadina, una stazione ferroviaria. Luoghi affollati dove ci capita di passare ogni giorno. La violenza colpisce a caso e sembra potere assalire ovunque, come un virus capace di superare qualsiasi protezione. Per questo fa paura: perché non sappiamo più dove possiamo sentirci al sicuro.
Non possediamo statistiche che ci possano far parlare di un aumento delle patologie che spingono gli essere umani a compiere atti efferati. Anzi, sappiamo che negli ultimi anni la forbice tra i dati effettivi (numero dei crimini tendenzialmente in diminuzione) e percezione di insicurezza (in aumento) si è allargata.
Non siamo dunque di fronte a un' epidemia di violenza. Eppure non possiamo far finta che il problema non ci sia. Più che il numero complessivo in aumento sono i delitti che, effettuati in modo spettacolare, incidono fortemente sulla percezione diffusa.
Proprio per questo è sbagliato ridurre tali accadimenti a fatti occasionali riconducibili a un malessere individuale.
Si tratta di un fenomeno sociale su cui è opportuno riflettere. Provo allora a mettere in fila quatto aspetti che possono aiutare a capire meglio di che cosa si tratta.
Il primo elemento è la moltiplicazione dei mezzi disponibili. Nel caso americano si è giustamente detto che il problema sono le armi facilmente reperibili sul mercato; ma è vero che tanti strumenti della nostra vita ordinaria (coltelli, furgoni, etc) possono essere trasformati, con una inversione di significato, in strumenti di morte. In una società tecnologica non è difficile avere a disposizione mezzi potenti capaci di causare vere e proprie stragi.
Tutti abbiamo ancora nella mente il caso del pilota che portato con sé nella tomba i 144 passeggeri dell' aereo di linea che guidava. Ma la stessa cosa si potrebbe dire per i giovanissimi hacker esperti di computer, capaci di mettere a repentaglio i sistemi di sicurezza nazionali. Nelle condizioni in cui viviamo non è difficile procurarsi - nelle più disparate situazioni della vita quotidiana - mezzi potenti che, pensati per fini diversi, possono essere rivolti contro altri.
La moltiplicazione dei mezzi si combina con la polverizzazione dei significati. Con la società della comunicazione siamo entrati nell' era della libera circolazione di qualunque messaggio. A fatica ci stiamo rendendo conto che la rete è un grande ricettacolo di messaggi contraddittori e talora fuori controllo. La maggior parte delle persone è perfettamente in grado di rifuggire dai contenuti più pericolosi.
Ma ci sono gruppi marginali che nutrono la loro patologia proprio attraverso l' esposizione a immagini, filmati, propagande più o meno deliranti.
Sempre a proposito di comunicazione, la possibilità di finire sulle prime pagine dei giornali costituisce concretamente la possibilità di accedere a una gloria postuma. L' immaginario della notorietà offre un buon argomento per decidere di compiere atti a forte risonanza pubblica: porre fine a un' esistenza mediocre con un atto capace di attirare l' attenzione di tutto il mondo costituisce una enorme ricompensa per tanti. E da questo punto di vista, l' attentato dell' 11 settembre rappresenta una sorta di modello diabolico, capace di ispirare disegni di morte.
L' ultimo aspetto che vorrei richiamare è l' indebolimento delle reti sociali e la diffusione di una cultura individualistica.
Le ricerche ci dicono che l' isolamento è un fattore molto importante nel creare le condizioni adatte all' azione violenta. Che si tratti di un piccola cellula terroristica o di un singolo individuo prigioniero della propria depressione, la sostanza non cambia: nella morsa di un pensiero che si avvita su se stesso, perso l' ancoraggio col mondo circostante, si può arrivare a fare qualsiasi cosa, dimenticando ogni senso di umanità. E d' altra parte, in una condizione di isolamento, anche i segnali che potrebbero attivare gli anticorpi sociali utili per prevenire l' atto criminoso cadono nel vuoto.
Effetto rafforzato da quella disattenzione a cui ci abitua una cultura in cui ciascuno è caldamente invitato «a farsi gli affari suoi», senza badare a ciò che lo circonda.
Per questo insieme di ragioni, la questione della violenza virale e spettacolare è un problema che fa affiorare il lato oscuro della nostra società.
Che non sarà facile superare.
Ampia accessibilità dei mezzi, moltiplicazione dei fini, desiderio di riconoscimento, isolamento sociale ne costituiscono il terreno di coltura.
Forse è proprio a partire da qui, dalla riflessione su queste dimensioni, che possiamo anche capire che cosa si può fare per combattere tale fenomeno.

Marina Sereni, 2009-2015