Marina Sereni
Marina Sereni
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19-12-2017
ALLA PRESENTAZIONE DI "SOVRANE" DI A. BUTTARELLI
"RAPPRESENTARE E/O GOVERNARE? LA SAPIENZA FEMMINILE NELLE SFIDE DI OGGI"
Abbiamo presentato ieri a Montecitorio (insieme a Andrea Catizone, Giacomo Marramao e Emma Fattorini, moderati da Eva Giovannini) l'edizione aggiornata del libro di Annarosa Buttarelli, "Sovrane. L'autorità femminile al governo", che non avevo letto nella prima edizione del 2004 e che ho trovato  bello e stimolante. È stata una occasione per riflettere su rappresentanza, governo, identità, differenza...
Mi è sembrato necessario collocare la mia personale esperienza politica rispetto al pensiero della differenza a cui appartiene l'autrice. Una esperienza  iniziata molto presto nell' organizzazione giovanile del Pci, proseguita nei movimenti, più quello pacifista che quello femminista. Per diversi anni impegnata nel governo della mia Regione, sono approdata in Parlamento nel 2001. In questo percorso ho incontrato il pensiero della differenza  con le donne del Pci e poi del Pds. In particolare credo che la Carta delle Donne abbia rappresentato un momento di contaminazione feconda tra le donne del partito e il pensiero della differenza. Ma quella stagione, importante sotto il profilo culturale e politico, è a mio avviso conclusa. Per ragioni principalmente anagrafiche.

 Per questo mi sembra necessario domandarsi oggi  quanto il pensiero, le idee, le suggestioni, gli esempi dell'opera della Buttarelli (più in generale delle filosofe della differenza) interpellino le donne che oggi sono impegnate nelle istituzioni. 
Penso che tra le donne impegnate nelle istituzioni sono davvero poche quelle che possano riferirsi alla stagione di cui io ho fatto parte. 
Però... la lettura di questo libro può aiutarci ad affrontare delle sfide terribilmente attuali.
Siamo infatti nel pieno di una crisi radicale della democrazia rappresentativa, non soltanto in Italia. Siamo dentro una crisi altrettanto radicale dei partiti come li abbiamo conosciuti nel Novecento. Siamo nel pieno di una epidemia di febbre populista. 
In questa stagione, l'identità può essere giocata in politica come elemento di separazione, elevata a muro, a differenza invalicabile, a incomunicabilità e quindi a conflitto. Un’identità contro un’altra identità. Oppure possiamo immaginare - e credo questo sia lo  sforzo che dobbiamo compiere come donne e come forze progressiste – di vivere e assumere l’identità come base per relazioni significative.
Questa premessa è necessaria per cogliere il senso della distinzione che Buttarelli opera tra rappresentanza e governo. Condivido: rappresentare non è governare. Anche se il Parlamento è il luogo principe della rappresentanza, credo che che la rappresentanza fine a se stessa porti, inevitabilmente, in questa stagione di febbre populista, a elevare le identità ad elemento di contrapposizione, e quindi in ultima istanza ad allontanare le soluzioni. Il governo è la sapienza della mediazione, della relazione con altre e con altri, con altri interessi materiali, con altre convenienze, con altri punti di vista.
L'autrice prende a riferimento per dimostrare quell'autorità, quella sapienza femminile di governo alcuni esempi non vicinissimi a noi in termini cronologici. 
Molti dei nuovi parlamentari sono arrivati qui senza aver prima neanche frequentato un consiglio di quartiere. Anche per questo è difficile spiegare dal Parlamento qual è la sapienza di governare. Se si va in un’aula parlamentare e si gioca sulla retorica degli interventi, inevitabilmente prevale la contrapposizione piuttosto che il confronto razionale e la capacità di intervenire nel merito. Sarebbe interessante proporre alla nuova generazione di giovani donne e uomini oggi in Parlamento un esercizio, un approfondimento a partire dal pensiero della differenza per ragionare su cosa voglia dire essere rappresentanti del popolo avendo voglia di diventare autorità di governo.
Ho voluto chiudere con un'ultima suggestione sulla parte del libro dedicata all'economia. Credo che dopo la crisi, dopo  il "fracasso" delle teorie del turbocapitalismo, ci sia uno spazio per idee innovative come quelle del femminismo, dell'ecologismo, dell'economia civile. C'è un elemento comune a tutti questi filoni di ricerca: i comportamenti umani in economia non rispondono solo a criteri utilitaristi. Per fortuna! Su questo possiamo far leva per far avanzare altre vie per lo sviluppo umano, e mi sembra che sarebbe utile mettere a confronto il pensiero della differenza con quello ecologista e quello che, spesso nell'ambito del cattolicesimo democratico, ha sviluppato un'elaborazione importante sulla economia civile e sulla generativita' (penso a studiosi come Becchetti, Zamagni, Magatti). 

Marina Sereni, 2009-2015